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di Federico Dovera

Il Cittadino, 9 ottobre 2024

Tra poche ore sarà più chiara la causa del decesso del 30enne morto in carcere nella notte tra venerdì e sabato. Si attende, infatti, l’esito dell’autopsia, una procedura dovuta per fare chiarezza sulla morte dell’uomo, disposta dalla Procura di Lodi guidata da poco dalla dottoressa Laura Pedio. Il 30enne, di origini brasiliane, con problemi di tossicodipendenza alle spalle, era arrivato alla Cagnola da poco, trasferito dal carcere di Busto Arsizio dove, secondo i primi riscontri, aveva avuto delle incompatibilità con qualche detenuto. Il 30enne, ospitato nella sezione terza, dove la libertà è maggiore, è stato male nella notte tra venerdì e sabato e quando l’equipe di emergenza urgenza del 118 è intervenuta ha provato a rianimarlo, ma non c’è stato nulla da fare.

La sua morte, secondo i primi riscontri, potrebbe essere compatibile con un eccesso di psicofarmaci, ma senza autopsia non si può fare nessuna ipotesi. Quello dell’abuso di psicofarmaci in detenzione è un problema denunciato nei suoi interventi pubblici anche dal dottor Fabrizio Starace, presidente della Società italiana di epidemiologia psichiatrica.

Prima di andare in arresto cardiaco, l’uomo ha vomitato e nell’emesi del paziente sono state riscontrate lievi striature di sangue. “Non lo conoscevo personalmente - spiega il cappellano don Maurizio Bizzoni -, sono andato oggi (ieri per chi legge, ndr), ho cercato di parlare con i ragazzi di quello che è successo. Venerdì celebreremo una Messa per lui. I detenuti sono seguiti dal punto di vista sanitario, ci sono 2 medici e un gruppo di 3-4 infermieri a disposizione per chi ha bisogno”.

Il decesso del 30enne nella casa circondariale del capoluogo ha messo sotto i riflettori il problema del sovraffollamento delle carceri italiane. Qualche giorno fa la consigliera regionale del Pd Roberta Vallacchi ha evidenziato la presenza di 80 detenuti alla Cagnola, il doppio di quanti ne sono previsti, il 60 per cento dei quali con problemi di tossicodipendenza. “Il sovraffollamento genera diverse problematiche - precisa il segretario della Funzione pubblica della Cgil di Lodi Guido Scarpino -; Lodi come altre carceri subisce il problema del sovraffollamento, dell’incuria e la carenza di personale costretto a turni esasperati. Proprio per questo non può curare il singolo bisogno delle persone in detenzione. Si cura il servizio, ma magari si perdono le sensibilità individuali. Il servizio si è un po’ massificato. Il rapporto tra gli agenti e i detenuti chiaramente viene meno. Gli agenti sono presi da mille attività. È questa la questione credo. Il detenuto va confortato da chi lo sorveglia. Questo rapporto, una volta prezioso, ripeto, si è perso. C’è una distanza professionale determinata dal fatto che vale più svolgere l’attività che curare la relazione. Le cose in più si tralasciano. I segni di disagio nei detenuti ci sono, ma serve attenzione per vederli”.

Quello della carenza del personale penitenziario è un tema sottolineato anche dal segretario del Sappe. “Il carcere di Lodi è piccolo - annota Donato Capece - è tranquillo, non è così tanto sovraffollato, a parte qualche unità in più. Non ha problemi. Il tema però è la carenza di organico per quanto riguarda il coordinamento delle unità operative: più agenti consentirebbero di organizzare meglio il lavoro”.