di Carlo d’Elia
Corriere della Sera, 7 novembre 2022
Fu condannata a 8 anni per organizzazione di banda armata e rapina durante gli Anni di piombo. Non ha mai rinnegato il passato. Oggi si batte per i diritti dei reclusi a Lodi: “Il rinvio della riforma della giustizia mi preoccupa”.
Ha sempre con sé un quaderno dove appunta tutto. Le parole di chi incontra, qualche pensiero, gli appuntamenti di ogni giorno dentro e fuori dal carcere. Lo custodisce all’interno di una borsetta a tracolla rossa che per lei ha un “valore inestimabile” perché a regalargliela è stata Agnese Moro, la figlia del segretario della Democrazia Cristiana rapito il 16 marzo 1978 dalle Brigate Rosse e ucciso dopo 55 giorni di prigionia, una persona che ha conosciuto bene nel suo percorso di giustizia riparativa, iniziato qualche anno fa.
Chi è Grazia Grena - Grazia Grena, oggi ha 72 anni e la grinta di una ragazzina di 20, proprio gli stessi di quel periodo della sua vita in cui ha partecipato alla lotta armata tra le fila di Prima linea. Un passato da terrorista che non ha mai voluto rinnegare, anzi.
Grena, bergamasca di nascita, che dal 2003 abita a Lodi insieme a suo marito (Roberto Vho, arrestato nel dicembre 1982 durante le indagini sulla colonna “Walter Alasia” delle Brigate Rosse) e al figlio di 31 anni, dopo essersi dissociata pubblicamente dalla lotta armata, oggi si batte per i diritti di chi vive nel carcere di Lodi. E lo fa attraverso l’associazione “Loscarcere”, gruppo di volontari nato nel 2006, di cui è diventata presidente da un paio d’anni.
Accanto ai detenuti - Così, almeno una volta a settimana, varca il cancello della Cagnola ed entra in casa circondariale per stare accanto ai detenuti, capire i loro bisogni, comprendere le loro frustrazioni. “Le persone in carcere devono essere ascoltate, non imponendo il nostro punto di vista, ma cercando di comprendere le loro necessità e i problemi - spiega Grena -. L’ho imparato sulla mia pelle durante gli anni in cella tra Voghera e San Vittore”. L’ex terrorista non ha mai rinnegato nulla del suo passato: il lavoro da infermiera al Policlinico di Milano a 19 anni, la militanza in Prima linea, i due anni trascorsi, dal 1980 al 1982, in clandestinità, prima di essere arrestata in via Biondi a Milano insieme a Susanna Ronconi. Condannata per organizzazione di banda armata e rapina, durante gli “Anni di piombo” Grena aveva fama di dura, come registrano le cronache dell’epoca.
L’esperienza in carcere - In tribunale, davanti ai giudici, appellava come “infami” gli ex compagni di lotta che si erano pentiti. Alla fine degli anni ‘80 ha scontato la sua pena a 8 anni, restando in carcere e poi in semilibertà, fino al suo ritorno nella società. “Non dimenticherò mai la detenzione - ricorda l’ex terrorista -. Ora cerco con altri mezzi di lottare per cambiare le cose in carcere, un luogo che ha ben poco di rieducativo”.
Ad affiancarla in “Loscarcere” ci sono una decina di volontari, quasi tutti professionisti, gli ultimi arrivati neolaureati di 23 anni. “Un bel segnale, perché abbiamo bisogno di giovani interessati al dramma che vive una persona in carcere”, dice Grena, tornando alla carica sui problemi delle case circondariali in Italia e in particolare a Lodi. “Oltre alle strutture fatiscenti e sovraffollate, oggi mancano percorsi per aiutare i detenuti a sopravvivere. Come Loscarcere abbiamo portato innovazione nel territorio. Ci occupiamo di adulti, ma da qualche anno anche di minori, un problema gigantesco.
I progetti e l’ascolto - A Lodi stiamo riorganizzando la biblioteca carceraria e continuiamo con l’ascolto. Teniamo rapporti con le famiglie, con gli avvocati e con i patronati. Vogliamo essere il filo che collega un detenuto all’esterno per iniziare a riprendersi la propria vita, anche perché chi è a Lodi sta scontando pene brevi che quasi sempre non superano i 5 anni”. Quello del carcere in Italia è un tema sempre di attualità. In questi giorni ancora di più. Nei primi 10 mesi del 2022 sono 74 i detenuti morti suicidi, un record assoluto. Grazia Grena è preoccupata: “È il segnale evidente che il carcere non è un luogo di recupero. Serve una riforma, subito”.
L’ex di Prima Linea è tra i sostenitori della giustizia riparativa, il percorso portato avanti dall’ex ministro della Giustizia Marta Cartabia. “La giustizia riparativa è una possibilità per una società più giusta - sottolinea. Una riforma che il nuovo governo Meloni vuole rinviare. Si rischia un pericoloso passo indietro”.









