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di Alessandro Fioroni

Il Dubbio, 14 luglio 2023

In fuga dai talebani a migliaia detenuti al confine con il Messico. E così il sogno americano si è presto trasformato in un incubo. Fuggiti da un paese lasciato precipitosamente in mano ai talebani dalla coalizione occidentale, Usa in primis, molti afghani tentano di raggiungere proprio gli Stati Uniti. Scappano perché le condizioni economiche dell’Afghanistan stanno peggiorando giorno dopo giorno, ma soprattutto perché in migliaia hanno lavorato con gli americani durante l’occupazione.

Le opzioni per un’immigrazione legale però sono limitatissime e così intere famiglie intraprendono viaggi pericolosi per entrare in modo irregolare. Ad aspettarli c’è un sistema di detenzione composto da centri che in realtà sono delle vere e proprie prigioni mentre sulla loro testa incombe lo spettro di una possibile espulsione. Le strutture si trovano al confine tra Messico e Stati Uniti, si tratta di camerate, costruite in fretta, spoglie e con i pavimenti in cemento, dove a volte soggiornano anche cento persone sebbene la capienza massima dovrebbe essere di non più di venti. La sorveglianza è strettissima, la possibilità di contatti esterni pressoché inesistente.

Il sogno americano si trasforma in incubo perché nessuno di coloro che è arrivato poteva aspettarsi un trattamento simile. Gli afgani si trovano in un limbo, sia esistenziale che geografico. Una delle poche speranze che l’istanza di asilo venga accolta e affidata a gruppi di attivisti e legali come Laila Ayub, un avvocato del gruppo afgano per i diritti degli immigrati Project ANAR la quale spiega come “nessuno correrebbe questi rischi a meno che non fosse necessario” quello che succede “è legato totalmente al fatto che non ci sono percorsi accessibili verso gli Stati Uniti”. Eppure, come detto, in molti hanno lavorato con il governo sostenuto da Washington in settori come la sicurezza e i diritti umani. Una colpa gravissima agli occhi dei talebani che li hanno fatti diventare dei bersagli dopo l’agosto 2021.

La storia di chi fugge dall’Afghanistan è quasi sempre la stessa. Intere famiglie hanno visto la loro esistenza messa a rischio, hanno venduto tutti i loro beni e sono partiti, destinazione Messico in attesa di mettere piede sul suolo americano. Ma il viaggio, prima della sua meta finale, è pericolosissimo. Spesso gli immigrati devono attraversare migliaia di chilometri e almeno una dozzina di paesi. Il tragitto per tanti è cominciato su un treno verso nord attraversando l’America centrale, poi a piedi tappa dopo tappa, passando per foreste pluviali e montagne scoscese.

I pericoli non finiscono qui perché i rifugiati sono preda di gruppi criminali e autorità illegittime che lungo il percorso spesso derubano le persone di soldi, documenti e dispositivi elettronici per comunicare. Si registrano anche alti tassi di violenze sessuali. Queste condizioni e storie stanno diventando la norma ma nonostante tutto il flusso continua come confermano organizzazioni che lavorano con famiglie afghane reinsediate a cominciare dal gruppo 5ive Pillars Organization.

Inizialmente, quando il governo sostenuto dagli Stati Uniti è crollato, quasi 90mila afghani sono stati portati negli Stati Uniti attraverso un meccanismo noto come libertà condizionale umanitaria, uno sforzo chiamato Operazione Allies Welcome. Ma degli oltre 66mila afghani che hanno chiesto la libertà condizionale umanitaria dal luglio 2021, meno di 8mila hanno avuto le loro domande esaminate, secondo i media che si sono occupati di questa situazione. Il tasso di domande accolte è stato ancora più ridotto, solo 123. Altri programmi come lo Special Immigrant Visa (SIV), istituito per gli afgani che hanno lavorato con gli Stati Uniti, sono arretrati. I tempi di attesa possono durare anni e più di 62mila domande completate erano in sospeso a partire dal gennaio di quest’anno.