di Leonardo Di Paco
La Stampa, 23 maggio 2024
Un’inchiesta svela il lato oscuro degli accordi bilaterali anti-immigrazione. “Bruxelles finanzia mezzi ed equipaggiamenti per impedire le traversate”. Francois è un uomo camerunese di 38 anni che, come tanti nella sua condizione, ossia provenienti dai Paesi dell’Africa subsahariana, sogna un futuro migliore in Europa. Tra settembre e dicembre 2023 ha provato quattro volte a raggiungere il Continente, mettendo da parte i soldi con il suo lavoro da piastrellista: non ci è mai riuscito. Il primo fallimento è arrivato dopo essere stato intercettato in mare da imbarcazioni con motori donati dall’Italia alla Tunisia. La seconda è stato arrestato all’improvviso nella sua abitazione vicino a Sfax, seconda città tunisina per importanza, ed è stato abbandonato nel deserto al confine tra la Tunisia e l’Algeria assieme alla sua famiglia. Senza cibo, senza acqua, senza alcuna assistenza: “Come un sacco di spazzatura”.
A differenza di altri migranti, è sempre riuscito a sfuggire al deserto assassino. In altri due casi, invece, è stato recuperato in mare dai pescatori dopo un problema ai motori delle barche degli scafisti. La testimonianza di Francois è contenuta in un’inchiesta di Irpimedia, testata indipendente e non profit di giornalismo investigativo transnazionale che mette in evidenza la complicità dei Paesi Ue nel voler respingere i migranti con metodi che prevedono una grave violazione dei diritti umani.
Morti di stenti - Nell’estate 2023 l’opinione pubblica internazionale ha scoperto casi simili a quello di François grazie alle testimonianze dirette dei migranti postate sui social network. Cambiava il luogo di espulsione: centinaia di persone provenienti dai Paesi dell’Africa subsahariana erano state cacciate tra la città tunisina di Ben Guerdane e quella libica di Ras Jedir. Il confine libico-tunisino è l’altra zona delle espulsioni di massa dalla Tunisia. Per quanto Ras Jedir sia poco distante dal mare, si trova in una zona desertica e inospitale. La trentenne ivoriana Fati Dosso e sua figlia Marie, di 6 anni, sono tra le 29 persone decedute in quei giorni tra le dune di sabbia. La foto che ritrae i loro corpi senza vita, abbracciati nel deserto, è diventata un simbolo delle conseguenze di quelle espulsioni di massa.
Il sistema - Secondo l’inchiesta In Nord Africa esiste un “sistema” per espellere nel deserto i migranti che provengono tra il Sahara e l’Equatore. Lo scopo è impedire loro di raggiungere l’Europa, sfruttando il processo di esternalizzazione delle frontiere promosso dall’Ue negli ultimi vent’anni.
Il ruolo dell’Europa - Mezzi ed equipaggiamenti necessari al sistema delle espulsioni per funzionare, dai motori delle motovedette che intercettano le barche dei migranti, fino ai pickup o agli autobus che li trasportano e abbandonano in mezzo al deserto, sono dotazioni che provengono dai Paesi europei. Bruxelles riconosce l’esistenza delle espulsioni nel deserto ma afferma che la responsabilità sia da attribuire ai Paesi partner che hanno siglato accordi bilaterali con gli Stati Ue. Rileva ancora il rapporto: “In Nord Africa, intorno a questo sistema, si sono creati centri di potere che gestiscono l’industria della migrazione irregolare: dai gruppi di trafficanti fino a ministeri che usano la migrazione come una leva per negoziare aiuti economici e legittimità politica”.
Le responsabilità italiane - L’Italia, sottolinea Irpimedia, “è fra i Paesi che ha più sostenuto la Commissione in questo sforzo diplomatico, con l’obiettivo di fermare i flussi di migranti in partenza dal Paese nordafricano”. Lasciando fare il “lavoro sporco”, come lo chiama Francois, ad altri in cambio di ingenti fondi.










