di Domenico Tomassetti
Il Dubbio, 11 marzo 2024
Provate per un attimo a mettervi nei panni di un trentenne che nella sua esistenza non ha fatto nient’altro che studiare e che viene catapultato a fare il magistrato monocratico in un tribunale: è la solitudine del giudice di primo grado. La riforma della magistratura è un’utopia sbandierata da velleitari ministri o da improbabili, sedicenti statisti che nella Costituente del 1946 non avrebbero neppure fatto gli uscieri. Il fatto è che, in Italia, le Riforme si annunciano sempre come rivoluzioni copernicane. Poi leggi il testo in Gazzetta (sempre che arrivi ad essere pubblicato) e hai la stessa sensazione di frustrante inutilità di quando sbagli strada e svolti l’angolo di un vicolo cieco.
In questi giorni infuria la polemica sui test psicoattitudinali. Un aspetto marginale del problema, come al solito, ci impedisce di vedere l’elefante nella stanza. Bisognerebbe avere il coraggio di affrontare complessivamente il sistema di accesso alla magistratura che è rimasto quasi identico a quello delineato dal Ministro Zanardelli alla fine del XIX secolo. Dopo cinque (o più) anni di corso di laurea in giurisprudenza - in cui (a parte una tesi finale, quasi sempre meramente compilativa) gli studenti non solo non scrivono, ma neppure leggono un atto giuridico (né una sentenza, né un ricorso, né un contratto), limitandosi allo studio mnemonico di manuali in cui, nella migliore delle ipotesi, il diritto è spiegato in maniera più astratta dell’iperuranio di Platone - si può direttamente fare domanda di ammissione al concorso.
Fino alla ultima riforma, per partecipare dovevi essere avvocato, dirigente pubblico da cinque anni, magistrato amministrativo o contabile o, perlomeno, diplomato in una scuola di specializzazione post universitaria. Adesso si è tornati venti anni indietro: basta la laurea. Ovviamente nella realtà non è così. Quello che hai imparato all’Università non è sufficiente ad affrontare il concorso. Così i ragazzi si chiudono a studiare almeno un altro paio di anni per prepararsi alle prove e spesso si iscrivono a scuole private, gestite da magistrati o ex magistrati ordinari o amministrativi che, oltre a sporadiche e discutibili derive sul dress code, indirizzano lo studio dei discenti e a volte riescono, con capacità divinatorie che meriterebbero di essere proficuamente sfruttate nel campo delle scommesse (legali, si intende), anche ad “azzeccare” almeno l’argomento delle prove scritte.
Si narra di riunioni notturne in alberghi romani in cui vengono svelate “in limine litis” le tracce del giorno dopo. Ma non voglio crederci. E nemmeno sono invidioso dei (legittimi) guadagni delle società che gestiscono questi corsi. Mi limito a rappresentare che il precedente sistema era astrattamente finalizzato a far accedere al concorso chi avesse o una pregressa esperienza lavorativa in campo giuridico (avendo anche già superato un altro concorso pubblico) o una specializzazione post lauream che, essendo rivolta a tutte le professioni forensi (è ancora richiesta per accedere all’esame da avvocato), era nata per creare una base di “saperi condivisi” che avrebbe facilitato poi i rapporti quotidiani nel Foro. Si potrebbe obiettare che l’esperienza delle scuole universitarie di specializzazione non è stata esaltante. Senonché Federico Caffè, “solitario riformista”, era solito dire che in Italia si confondono troppo spesso le patologie con il fisiologico funzionamento del sistema. Le patologie si curano per tornare al corretto funzionamento degli istituti: le scuole di specializzazione possono essere migliorate. Invece, come profetizzava Caffè, il legislatore ha deciso di sconfiggere la malattia uccidendo il paziente. Ci si può iscrivere al concorso possedendo la sola laurea in giurisprudenza.
Da un concorso (quasi) di secondo livello, si è tornati indietro. Dopo cinque anni di studio universitario prevalentemente mnemonico e altri due/tre di preparazione spesso “guidata” da magistrati, guru della formazione, il candidato si siede in un’aula fieristica romana per (provare a) scrivere i tre temi di civile, penale e amministrativo, superati eventualmente i quali sarà ammesso all’orale. Eventualmente perché le tracce sono sovente eccessivamente specifiche e non sembrano mirare a valutare se l’aspirante Giudice capisca il diritto, quanto se sia informato sull’ultimo arresto della Cassazione in una determinata e settoriale materia; eventualmente anche perché, come scoprono (ipocritamente basiti) i Commissari d’esame, un sistema che non insegna né allena a scrivere genera candidati che non sanno scrivere. Senonché, soprattutto nel diritto, chi scrive male dimostra di non essere capace di un pensiero complesso. Necessario se, per vivere, ti prendi l’onere di giudicare le ragioni degli altri.
La prova orale, anche nell’ultima riforma, si svolge su un numero notevole di materie (praticamente tutti gli esami “fondamentali” del corso di laurea in Giurisprudenza) e, anch’essa, ha una strutturazione che mira alla valutazione della preparazione teorica del candidato. In nessuna fase del concorso viene valutato il profilo psicoattitudinale del candidato.
Superato questo difficilissimo esame - che tantissimi considerano un punto di arrivo e non di partenza - il neomagistrato diventa uditore giudiziario e, per 18 mesi, viene sballottato in vari plessi giudiziari a seguire udienze in materie le più disparate tra loro (penale e lavoro, commerciale e famiglia, fallimentare e successioni). Terminato questo schizofrenico periodo, si siede (letteralmente) dall’altra parte della scrivania e decide della vita - nel senso degli interessi economici, degli affetti familiari, della libertà personale etc. - dei suoi concittadini. Provate per un attimo a mettervi nei panni di un/a ragazzo/a di 28/30 anni che nella sua esistenza non ha fatto nient’altro che studiare, che ha messo piede in Tribunale per la prima volta 18 mesi prima e viene catapultato/ a a fare il Giudice monocratico in un Tribunale: la solitudine del giudice (di) primo (grado). Deve decidere sul licenziamento di un’operaia di cinquant’anni ed è al primo impiego della sua vita. Probabilmente una fabbrica l’ha vista solo passandogli a fianco in autostrada. Oppure deve scegliere a chi affidare i bambini di una coppia separata e non ha ancora trovato la/il compagna/o con cui decidere se avere dei figli. Però, qualora gli chiedessi la più recente sentenza della Cassazione in materia di concordato preventivo, te la saprebbe recitare quasi a memoria; se volessi essere informato sul dibattito dottrinario sui crediti chirografari e il loro triste destino (triste per il creditore, si intende), scopriresti che potrebbe citarti tutti gli autori che ne hanno scritto negli ultimi dieci anni.
Ma è davvero quello che serve per fare bene il Giudice? La magistratura è l’unico lavoro (peraltro di straordinaria importanza e delicatezza sociale) per il quale non è previsto un periodo di effettivo e probante tirocinio. Se fai l’avvocato, in uno studio mediamente serio, prima di farti firmare da solo un atto, passi anni a scrivere memorie e ad accompagnare il tuo dominus in udienza; il mio maestro sosteneva che per scrivere bene un ricorso ci vogliono 15 anni di professione: esagerava? Forse, ma non troppo; se fai il medico, per tutta la (non breve) durata della specializzazione, sei sbattuto in ospedale a cercare di farti rispettare dagli infermieri che ti lanciano occhiate che inequivocabilmente significano “a ragazzì levate che famo noi”.
Il Giudice no, il Giudice è subito in prima linea. Ha studiato molto, forse troppo, ma non è sufficiente. Non so se la mia visione della funzione sociale dei magistrati sia troppo elevata. Però vedo i danni economici e sociali, nonché le catastrofi umane, che un cattivo esercizio della giurisdizione provoca. Giudicare è una funzione complessa che richiede non solo conoscenze tecniche, ma anche equilibrio ed esperienza giuridica e di vita. Se si vuole riformare la giustizia, perché non partire dalla base, modificando le modalità di accesso alla magistratura? Magari si potrebbe ipotizzare un concorso meno nozionisticamente selettivo che non dia accesso subito alla funzione giudicante, ma ad una sorta di uditorato giudiziario “lungo” (congruamente retribuito) in cui il candidato promosso affianchi i togati per alcuni anni, scrivendo sentenze e imparando a gestire le udienze. Al termine di questi anni di “tirocinio”, si potrebbe immaginare un piccolo, ulteriore esame in cui, partendo dalla discussione dell’esperienza nel periodo di uditorato e dalla valutazione della stessa effettuata sul campo dai togati con cui ha lavorato, la Commissione abbia concretamente contezza (nel senso di sperimentata valutabilità) delle capacità giuridiche e umane del candidato. Solo il superamento di questa seconda selezione permetterebbe di indossare effettivamente la toga e giudicare.
Insomma, non precari e poco selettivi uffici del processo, spesso rifugio di chi non ha ancora trovato un’occupazione proficua, ma un tutelato percorso di carriera che dia, da un lato, ai ragazzi una prospettiva per la quale ha senso impegnarsi e, dall’altro, al sistema la possibilità di valutare davvero le capacità tecniche e l’”attitudine” della persona che dovrà sostenere il peso di giudicare le vite degli altri. Un cursus honorum che, nella sua riconosciuta e quotidiana difficoltà, restituirebbe dignità e rispetto sociale alla figura del magistrato.
L’individuazione di un tale percorso di carriera renderebbe più “digeribili” anche i test psicoattitudinali che non sarebbero vissuti dalla magistratura come sintomo di una generalizzata sfiducia nella categoria, ma come parte della valutazione necessaria e utile per ottenere la toga. Infine conferirebbe maggiore “sacralità” alla definitiva investitura delle funzioni giudicanti che, assunte in una fase più avanzata della vita, sarebbero meglio sopportate in tutta la loro notevole gravità. Se penso all’avvocato che ero a 28 anni (“ragazzo de bottega der grande avvocatone” secondo l’illuminante definizione di Aldo Fabrizi in un capolavoro cinematografico degli anni 70) e a quello che sono oggi, mi tornano in mente le parole di un grande pensatore americano, nato a Louisville nel secolo scorso: “Un uomo che osserva il mondo a cinquanta anni allo stesso modo in cui l’ha fatto a venti, ha sprecato trenta anni della sua vita”. Non avviene lo stesso anche ai giudici? O dobbiamo immaginare che non siano più annoverabili nella categoria degli esseri umani solo perché hanno superato un concorso?









