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di Irene Fassini

milanotoday.it, 14 giugno 2022

La priorità viene data alla sicurezza. Per dare un’idea del rapporto, in Lombardia ci sono 3.750 agenti di polizia penitenziaria. “L’educatore è il pilastro del carcere per noi detenuti, una figura molto influente perché tutto passa da lui e segna il tuo percorso”, racconta Martino, nome di fantasia di un ex detenuto di 43 anni che ha accettato di parlare con Dossier di MilanoToday. Ha scontato diversi anni di pena in alcune strutture lombarde, tra le quali San Vittore a Milano e Canton Mombello a Brescia. Il sostegno degli educatori è stato fondamentale per costruire un percorso positivo di riabilitazione, anche se “dipende molto da te, da come ti poni, dal tuo atteggiamento e da quali sono le tue intenzioni perché l’esperienza della detenzione è soggettiva”, prosegue.

La sua è una storia positiva. Negli anni di reclusione ha sempre lavorato: prima all’interno del carcere come giardiniere, poi all’esterno. “Non ho fatto nemmeno un giorno di pausa”, dice. “Sono uscito a dicembre del 2021 e ho continuato a lavorare, adesso con un’impresa che costruisce ponteggi”. Ma non va sempre così.

Giuseppe (altro nome di fantasia, ndr) nei due anni passati a Torre del Gallo a Pavia ha visto gli educatori solo due o tre volte. In quel luogo si è sentito abbandonato. “Dovevo tagliarmi o fare qualcos’altro per ottenere qualcosa”, racconta. Li ha incontrati di nuovo poco prima di uscire. “Stai tranquillo perché in mezzo alla strada non vai”, sostiene gli sia stato detto. Ma in strada, una volta uscito a marzo del 2022, ha rischiato di finirci davvero, se non fosse stato per l’aiuto di una rete di volontari.

Un ruolo dimezzato - La risposta è nei numeri. Gli educatori penitenziari, definiti nel 2010 dal Ministero della Giustizia come funzionari giuridico-pedagogici, hanno un ruolo fondamentale per la vita dei detenuti: si occupano di programmare e seguire i percorsi indispensabili per la risocializzazione e quindi per l’accesso alle misure alternative al carcere. Ma sono da anni troppo pochi. E fanno fatica.

“Io lavoro in una realtà privilegiata”, spiega a Milano Today Federica Marroni, funzionaria giuridico-pedagogica a Bollate, “dove oltre a esserci più risorse, progetti e agganci con l’esterno per trovare ai detenuti un lavoro, c’è persino una segreteria tecnica a disposizione degli educatori che si occupa delle pratiche burocratiche, come l’invio delle richieste di permessi o di liberazione anticipata ai magistrati di sorveglianza”.

Non in tutti gli istituti c’è, e il motivo è sempre lo stesso: vuoti di organico. Quando non deve gestire anche la burocrazia l’educatore si occupa di elaborare in équipe il programma di trattamento personalizzato per ogni detenuto dopo un periodo di osservazione, di accompagnare il detenuto nelle fasi più delicate, quelle di ingresso e uscita, di coordinare le attività di volontariato, di gestire le attività culturali, ricreative e sportive, di scrivere le relazioni richieste dalla magistratura di sorveglianza per la valutazione del detenuto. Tutte attività che richiedono una conoscenza approfondita dei reclusi, ma che è difficile garantire, come nel caso di Federica, che da sola si deve occupare di cento persone. “Ma io mi ritengo fortunata perché comunque posso fare il mio lavoro”, continua Marroni. “Ci sono colleghi che invece passano tre ore al giorno a fare fotocopie perché manca il personale amministrativo”.

La Lombardia e l’Italia lontane dall’Europa - Il numero dei detenuti, tolti gli effetti dell’indulto, del decreto svuota-carceri e della pandemia, continua a crescere, ma gli educatori penitenziari non aumentano alla stessa velocità. In Italia nel novembre del 2021 i funzionari giuridico-pedagogici erano 789 per più di 54mila detenuti. In media, negli ultimi cinque anni, come si legge da una recente circolare del Ministero della Giustizia, ogni educatore si è fatto carico di 84 persone, tenendo conto anche di chi lavora temporaneamente in altre sedi dell’Amministrazione penitenziaria esterne al carcere, ma risulta nell’organico. Ma questo succede quando le cose funzionano. In alcuni casi invece gli educatori devono seguire quasi 200 detenuti. Negli istituti lombardi di Busto Arsizio e Como ci sono solo due educatori per tutto il carcere. Rispettivamente, uno per 193 e 181 detenuti. E anche se fossero il doppio, cioè quelli previsti dall’organico, non sarebbero comunque sufficienti per le oltre 350 persone recluse in ognuno dei due istituti.

“Il rapporto che dovrebbe esserci tra educatore e detenuti è stabilito da una circolare che risale ancora agli anni Novanta: 1 a 50 per le case circondariali, dove si dovrebbe attendere il giudizio o scontare condanne brevi, e 1 a 100 per le case di reclusione, dove si sconta la condanna definitiva a pene più lunghe”, spiega a Milano Today Pietro Buffa, provveditore del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria per la Lombardia. Numeri che sono stati rivisti di recente, quando “abbiamo ragionato sul superamento di questo criterio per portare a 1 a 50 il rapporto ideale educatore-detenuto”, sottolinea Francesca Romana Valenzi, dirigente del provveditorato lombardo del Dap, “per valorizzare la figura del funzionario giuridico-pedagogico e il suo lavoro, importante sia per chi ha già una condanna definitiva sia per chi è in attesa di giudizio”. Ma i numeri resterebbero comunque troppo bassi. I nuovi ingressi per concorso entro la fine del 2022 porterebbero ogni educatore a doversi occupare di circa 65 detenuti.

Ed è difficile che con cifre così si possano trovare il tempo e le energie per supportare anche chi è in attesa di giudizio. “L’educatore ti parla una prima volta all’ingresso in carcere, ma in genere chiede di attendere la condanna definitiva”, continua a raccontare Giuseppe, ex detenuto. “Per esempio, se sei ancora in attesa del giudizio di appello, ti viene chiesto di aspettare perché la presa in carico avviene solo quando la condanna è definitiva”.

In Europa le cose vanno diversamente: come spiega Luisa Ravagnani, garante dei diritti delle persone private della libertà personale di Brescia, un educatore segue in media 25 detenuti. “L’idea non è vederlo solo all’ingresso o prima dell’applicazione di una misura alternativa, ma affiancarlo per tutto il percorso di detenzione”, racconta. “Purtroppo in Italia succede spesso che, per mancanza di risorse, venga fatta a priori una selezione sulla base di alcuni requisiti, per esempio di accesso a una misura alternativa. E se un detenuto non li ha, può capitare che non riesca a vedere nessuno fino alla fine della pena”.

Dietro ai numeri le persone - Ma non c’è solo questo. La priorità dell’educatore sono le persone e la loro storia familiare e sociale, in un’ottica pedagogica. “Non c’è un numero ideale educatore-detenuto”, rimarca Roberto Mascagni, coordinatore nazionale della Cgil per l’amministrazione penitenziaria. “Si parla di 50 o 60 detenuti per ogni funzionario, ma non si può prescindere da una valutazione che tenga conto del tipo di reato che ognuno ha commesso, della storia personale e dell’eventuale condizione di fragilità”. La complessità del lavoro cambia dunque in base al soggetto.

Nel carcere di Canton Mombello a Brescia “oltre a reati minori come piccolo spaccio e furti, c’è un alto numero di condanne per violenze domestiche e in questi casi servirebbe un profilo di altissimo livello e con competenze specifiche”, racconta Marco Dotti, che svolge il lavoro di agente di rete, una figura che fa da tramite tra carcere e territorio e che esiste solo in Lombardia. Così come sono in aumento gli ingressi in carcere per persone tossicodipendenti e con disagio psichico, anche perché le Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza (Rems) che devono sostituire gli Ospedali psichiatrico giudiziari non sono ancora a pieno regime.

Situazioni complesse che richiedono tempo e personale specializzato. A Canton Mombello scarseggiano anche i mediatori culturali. Ce ne sono due per tutto il carcere e con poche ore a disposizione. “Il risultato è che si finisce per pesare tantissimo sul personale di polizia penitenziaria che non è formato per gestire casi complessi”, ci dice Ravagnani, garante dei detenuti a Brescia. “O diciamo che l’articolo 27 della Costituzione sul reinserimento sociale non lo guardiamo più oppure non stiamo tentando nulla per cambiare le cose realmente”.

Priorità alla sicurezza - Per dare un’idea del rapporto, in Lombardia ci sono 3.750 agenti a fronte di 90 educatori. Numeri che mostrano una costante del sistema carcerario: l’investimento è tutto orientato sulla sicurezza delle carceri e non sul trattamento delle persone detenute. Se si guarda al rapporto tra polizia penitenziaria e reclusi, l’Italia è tra i Paesi europei con un tasso migliore, anche se comunque in sofferenza per i tanti agenti delegati a incarichi spesso burocratici.

Per questo Barbara Campagna, ex educatrice a San Vittore, dal 2022 in pensione, sostiene sia solo una questione politica. “In un luogo di potere come il carcere, dove ci sono diversi interessi in gioco, quanto vale l’aspetto educativo e pedagogico? Che valore ha ormai l’educatore?”, si chiede. “Ormai il sistema carcere è del tutto sbilanciato sul fronte della custodia. Si assume personale di polizia penitenziaria, trascurando sempre più l’aspetto riabilitativo”.

E forse se ne è accorto anche il Ministero della Giustizia. Nell’ultima circolare sulle nuove assunzioni di funzionari giuridico-pedagogici che dovrebbero ripianare i buchi di organico viene ribadita la centralità di questa figura. Un riconoscimento che però, spiega Stefano Graffagnino, educatore e presidente dell’Associazione nazionale funzionari del trattamento, “non va di pari passo con un quello economico e di carriera”.

E anche il nuovo concorso che dovrebbe portare entro la fine dell’anno alle nuove assunzioni sfiora il paradosso: sono stati ammessi agli esami orali in 255 per 210 posti. E in ogni caso non si tratta di numeri che elimineranno le carenze strutturali del sistema. Mascagni, coordinatore Cgil per l’amministrazione penitenziaria, spiega che con questa selezione non si potrà nemmeno coprire il turn-over dei pensionamenti. “I fondi del Pnrr sono investiti sull’organizzazione giudiziaria e non sull’amministrazione penitenziaria”, aggiunge. “Di carcere si parla quando ci sono le rivolte, ma c’è poco interesse per le persone che lo fanno andare avanti nel quotidiano”.