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di Francesco Gastaldi


Corriere della Sera, 30 novembre 2020

 

Medici senza frontiere: 9% di detenuti positivi. In squadra sono due, un infermiere per i servizi sanitari e un esperto di igiene, più (nei primi giorni) un'epidemiologa. Arrivano in carcere, lo visitano, incontrano la direzione. Poi fanno formazione: a guardie penitenziarie e portavoce dei detenuti indicano le regole per proteggersi dal Covid. Infine i colloqui con i carcerati.

C'è chi li ascolta con attenzione, fa domande. C'è chi invece mostra insofferenza e chi nega l'evidenza, rifiutando perfino la mascherina. "Pochissimi per la verità, la maggior parte è ben informata sui rischi del virus", affermano Federico Franconi e Mario Ferrara, il team che Medici Senza Frontiere ha inviato nelle strutture penitenziarie lombarde per arginare i focolai della seconda ondata.

Non si occupano direttamente dei malati, ma di prevenire il contagio in strutture complesse e diverse tra loro: "Molti pensano che il carcere, come struttura di isolamento, sia meno permeabile al contagio ma non è così", spiegano Franconi e Ferrara. "Le case circondariali sono ambienti "porosi" - aggiunge l'epidemiologa della Ong, Silvia Mancini - per lo scambio che avviene fra interno ed esterno, soprattutto da parte del personale. Sovraffollamento e scarsa areazione sono fattori che alimentano il rischio di diffusione".

Il problema è stato più eclatante durante la prima ondata, con rivolte e proteste, ma il Covid ha colpito di più durante la seconda. Sono 267 i detenuti nelle carceri lombarde attualmente positivi (la metà nei due hub Covid di San Vittore e Bollate), più 368 casi tra il personale secondo i dati messi a disposizione dal garante regionale Carlo Lio.

Quasi una struttura colpita su due e circa il 9 per cento di sintomatici. I ricoverati, al momento, sono una decina. L'intervento di Msf - gli esperti si sono fatti le ossa con Ebola in Africa e Medio Oriente - è ora concentrato nelle carceri periferiche. A Lodi, il 19 novembre, è esploso un focolaio con trenta positivi (dieci detenuti e venti agenti) e a Busto Arsizio sono 22 i detenuti contagiati con un decesso "sospetto" nei giorni scorsi.

"Ma anche altre carceri come Como e Pavia presentano situazioni complesse", aggiungono. Msf stavolta insiste soprattutto sulla prevenzione: "Zone di disinfezione, zone filtro, circuiti, regole ferree su vestizione e disinfezione degli ambienti ma anche videochiamate per incontrare i parenti e limiti all'ora d'aria. Inoltre - rincara la Mancini - vanno fatte valutazioni costanti del rischio, monitoraggio incessante e individuazione precoce, seguiti da isolamento dei soggetti colpiti e tracciamento dei contatti". Nelle carceri abbassare la guardia è un pericolo: "Sono luoghi più a rischio per problemi cronici - afferma il garante regionale Lio - come il sovraffollamento che tuttora viaggia in media tra il 25 e il 3o per cento in più rispetto alla capienza. Serve un intervento riformatore".