di Federica Pacella
Il Giorno, 20 maggio 2026
Rischio suicidi superiore del 50% negli istituti penitenziari lombardi rispetto alla media nazionale. A evidenziarlo è l’analisi di PoliS Lombardia che ha preso in esame l’incidenza dei suicidi, espressa in casi ogni mille persone detenute. In questo scenario, la Lombardia emerge con una criticità rispetto al resto del Paese: con un’incidenza di 1,82 suicidi ogni mille detenuti, la regione si posiziona al di sopra della media nazionale, ferma all’1,21; il dato acquisisce ancora più peso se confrontato con realtà demograficamente simili come la Campania, dove l’incidenza si ferma a un più contenuto 0,77. Queste cifre si inseriscono nel contesto di un sistema penitenziario caratterizzato da varie problematiche, fra le quali il sovraffollamento.
“Mentre la media nazionale di affollamento si attesta su un già preoccupante 123,84%, il territorio lombardo presenta una situazione di maggiore criticità con un tasso del 143,42%. In termini pratici - conclude l’analisi dell’ente di ricerca, statistica e formazione di Regione Lombardia -. Questo significa che negli istituti della regione sono presenti 8.809 detenuti a fronte di una capienza regolamentare di soli 6.142 posti, creando un’eccedenza di quasi tremila persone che il sistema non è strutturato per gestire né dal punto di vista logistico, né da quello assistenziale. Questa saturazione estrema degli spazi non rappresenta soltanto un problema di posti letto, ma degrada profondamente la qualità della vita quotidiana”. I suicidi sono il segnale di allerta di un sistema che non funziona. Nel suo rapporto, Antigone riporta alcuni casi avvenuti proprio in Lombardia: a gennaio 2025, un 55enne, affetto da depressione, si è tolto la vita nel carcere di Vigevano, dove stava scontando una pena di 3 anni per una rapina che gli aveva fruttato 55 euro, restituiti (aveva anche risarcito il danno alla vittima).
“La sua morte poteva essere evitata se il magistrato di sorveglianza avesse considerato che si trattava di un soggetto fragile, come avevamo documentato. Tra l’altro aveva restituito tutto”, ha spiegato il suo avvocato. Un’altra storia è quella che arriva da Busto Arsizio, tramite la lettera del cappellano rivolta a Denis (nome di fantasia), anche lui morto suicida. “Caro Denis, perdonaci: tutte le nostre intelligenze, artificiali e non, non sono arrivate a comprendere che forse il carcere non era il tuo posto. Non il luogo dove avresti dovuto stare. Non il luogo giusto per avere cura di te, già così tanto provato dalla vita”.











