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di Nicole Orlando

Corriere della Sera, 7 novembre 2026

“Spazi più adeguati e supervisione clinica”. Il report dell’Ordine degli psicologi della Lombardia evidenzia un aumento di situazioni critiche e di storie drammatiche. Spazi inadeguati, rischi per la sicurezza e condizioni contrattuali spesso precarie da un lato, aumento di situazioni critiche e di storie traumatiche che richiedono risposte complesse dall’altro. Il lavoro degli psicologi all’interno delle carceri si confronta con difficoltà crescenti, fotografate da un’indagine dell’Ordine degli psicologi della Lombardia che ha coinvolto 185 professionisti, il 6,5% dei quali ha indicato la provincia di Brescia come riferimento. 

La presenza dello psicologo, sottolinea l’Ordine, contribuisce in modo determinante alla tutela della salute mentale, alla gestione delle situazioni di vulnerabilità e alla costruzione di percorsi di reinserimento sociale. Eppure negli ultimi anni il contesto penitenziario appare segnato da importanti criticità: sovraffollamento, crescente presenza di persone con quadri clinici complessi e storie traumatiche e carenza di personale. Condizioni che incidono anche sul lavoro di chi si occupa della salute mentale dei detenuti e intercetta le situazioni di vulnerabilità.

Un tema che a Brescia è tornato di recente al centro dell’attenzione, dopo che una detenuta di 20 anni si è tolta la vita nel carcere di Verziano: tra i compiti che vedono lo psicologo “in prima linea”, ricorda Roberto Ranieri, responsabile dell’Unità regionale sanità penitenziaria della Direzione generale Welfare di Regione Lombardia, si trova proprio l’individuazione del rischio suicidario dei detenuti. Secondo l’indagine il 70,1% degli psicologi coinvolti ritiene che la propria attività comporti rischi per la sicurezza e l’incolumità personale, e il 58,5% ha vissuto situazioni di minaccia o pericolo. Tra i principali fattori di rischio sono indicati gli spazi inadeguati (74,8%), la mancanza di dispositivi di sicurezza (61%) e la carenza di personale di sorveglianza (54,7%). Il 35% dichiara inoltre di aver assistito a rivolte all’interno degli istituti.

Anche la preparazione alle emergenze risulta insufficiente: quasi sei professionisti su dieci dichiarano di non aver ricevuto una formazione specifica sulla gestione delle situazioni di rischio, mentre il 76,2% afferma di non conoscere le procedure operative dedicate. Carente anche il sostegno dopo gli episodi critici: il 60,3% dichiara di non avere mai avuto accesso a strumenti come il debriefing o la supervisione clinica. Dall’analisi emerge anche il tema delle condizioni contrattuali. Il 59,3% degli intervistati dichiara di lavorare come collaboratore con partita Iva e il 75% ritiene che non venga rispettato il principio dell’equo compenso. Una condizione che, secondo l’Ordine, richiede un maggiore riconoscimento del ruolo dello psicologo nel sistema penitenziario.

“Questa ricerca - spiega Simona Silvestro, coordinatrice del Gruppo di lavoro sulla Psicologia penitenziaria dell’Ordine regionale - rappresenta il primo passo di valutazione quantitativa di un percorso di ascolto che proseguirà con iniziative formative e un confronto strutturato con Regione Lombardia, Asst e Amministrazione penitenziaria”. 

Quattro le priorità individuate: sicurezza degli spazi e dei dispositivi, formazione specifica e protocolli condivisi, strumenti di supporto dopo gli eventi critici e maggiore riconoscimento contrattuale del ruolo. “Il lavoro psicologico negli istituti penitenziari rappresenta al giorno d’oggi uno degli ambiti più complessi della professione, poiché si colloca in un contesto caratterizzato da elevata responsabilità clinica, relazionale e istituzionale”, sottolinea la presidente dell’Ordine degli psicologi della Lombardia, Valentina Di Mattei. Da qui la necessità di “rafforzare la presenza della psicologia nei contesti pubblici complessi” e promuovere condizioni di lavoro più eque e sostenibili.