di Zita Dazzi
La Repubblica, 10 luglio 2026
Dopo aver visitato tutte le carceri lombarde, lunedì mattina l’arcivescovo di Milano Mario Delpini entrerà per la prima volta all’istituto di pena per minori Beccaria, teatro negli ultimi anni di rivolte, evasioni e inchieste per gravi violenze commesse dalla polizia penitenziaria nei confronti dei giovani detenuti. Una visita che rientra nelle iniziative annunciate dal cartello “Alleanza per l’articolo 27 della Costituzione”, che interesseranno 35 istituti penitenziari in 30 città del Paese con oltre 300 esponenti delle istituzioni, della società civile e della cultura per denunciare le condizioni di vita nelle case di reclusione.
Drammatica quella nelle carceri lombarde dove è stipato il 14 per cento dei detenuti italiani in condizioni di sovraffollamento sempre più tragico con un numero quasi doppio di persone nelle celle rispetto alla capienza prevista massima di 5.638 posti e con un numero crescente di suicidi e morti per cause naturali. L’annuale rapporto dell’associazione Antigone, “Tutto chiuso”, il 22esimo della serie, è stato presentato alla Caritas Ambrosiana in una serata in collaborazione con Casa della Carità e Osservatorio Carcere e Territorio di Milano.
Valeria Verdolini, presidente di Antigone Lombardia ha descritto un quadro più che allarmante: 8.939 persone recluse (5.427 nei soli tre istituti milanesi con il capoluogo che conta la popolazione detenuta più alta di Italia), a fronte di 5.638 posti disponibili (dati del Ministero della Giustizia riferiti a maggio 2026), con un sovraffollamento che ha raggiunto il 145 per cento. Sono 73 gli istituti penitenziari italiani in cui il tasso di affollamento è pari o superiore al 150 per cento, otto quelli in cui ha superato il 200 per cento. Fra questi quello di San Vittore a Milano e quello di Brescia, il Canton Mombello (entrambi al 210 per cento). Punte di oltre il 50-60 per cento di stranieri in cella a fronte di una media nazionale pari a un terzo della popolazione carceraria. Detenuti che vivono una condizione di abbandono ancora peggiore dal momento che sono lontani dai parenti, non hanno spesso accesso ad altro che alla difesa d’ufficio e nessuno si occupa dei loro permessi di soggiorno che scadono durante la detenzione, con la certezza che all’uscita dal carcere rientreranno in un circuito di clandestinità ed emarginazione a forte rischio di devianza.
Nel 2024 sono stati 81 i suicidi tra le celle italiane, nel 2025 sono morte (tra suicidi e altre cause) 254 persone; nel 2026, finora, 116.
Dati in spaventosa crescita che rilanciano l’allarme degli esperti e di chi ha a cuore la situazione nei penitenziari, l’emergenza di cui si parla il meno possibile. Dal giugno del 2025 nelle carceri lombarde sono morte 26 persone, delle quali 12 per suicidio, tre per malattia e gli altri “da accertare”. Molte le storie tragiche in Lombardia raccolte nel rapporto: “La sua morte poteva essere evitata se il magistrato di sorveglianza avesse considerato che si trattava di un soggetto fragile, come avevamo documentato. Tra l’altro aveva restituito tutto”, dice l’avvocato del signore deceduto a gennaio 2025 nel carcere di Vigevano. Aveva 55 anni, di origini calabresi, da molti anni in Lombardia e dipendente dell’azienda di trasporti di Milano. Era stato arrestato il 3 dicembre per una rapina che aveva fruttato un bottino di appena 55 euro. Non soltanto aveva restituito i soldi, ma aveva anche risarcito il danno alla parte offesa.
Già in passato aveva commesso atti autolesivi, soffriva di uno stato depressivo. Avrebbe finito di scontare la pena nel 2027. Stava invece scontando una pena di 18 anni ma avrebbe presto cominciato a lavorare all’esterno la donna di 57 anni che si è tolta la vita nella notte tra domenica 2 e lunedì 3 marzo 2025 nella piccola sezione femminile del carcere di Mantova. “Il suo gesto ha sorpreso tutti quanti - confessa la direttrice - Era molto seguita da educatori, sanitari, psicologi e aveva la possibilità di immaginare un futuro diverso da quello del carcere”. Era stata lei stessa ad insistere per rimanere nel carcere di Mantova, nonostante sia strutturato per accogliere detenuti con pene fino a cinque anni.
“Qui aveva la sua famiglia e si sentiva protetta, di ritorno dalle udienze diceva “torno a casa” - racconta la direttrice - anche il suo cane era ammesso al colloquio. È molto doloroso anche per le sue compagne di sezione”. Una sezione piccola, raccolta, che non conta mai più di sette detenute. Tanto raccolta quanto marginale secondo l’esperienza della Garante dei diritti delle persone private della libertà personale, Graziella Bonomi: “Oggi, dopo il suicidio, si contano cinque donne, e non si arriva mai a più di sette. Una minoranza che, come tutte le minoranze, sa di essere tale, e questo in carcere significa non avere centrata su di sé tutta l’attenzione”.
Oltre il 40 per cento dei detenuti ha problemi di tossicodipendenza e anche se ci sono esperienze virtuose come il reparto “La Nave” di San Vittore questa condizione aggrava il malessere di chi sta in carcere. Alta anche la percentuale di disagio psichico. Come testimonia la lettera del cappellano del carcere di Busta Arsizio a un detenuto che si è tolto la vita negli scorsi mesi: “La cella non era il posto dove dovevi stare. Avevi più bisogno di galera o più bisogno di cure?”. Caro Denis (nome di fantasia), perdonaci: i nostri occhi non sono arrivati in tempo a vedere quel male, che certo hai nascosto molto bene in questi anni o forse solo in questi ultimi tempi. O addirittura in quei pochi, irrevocabili attimi. Dopo 6 mesi di coma, ormai tanti anni fa, che ti avevano rubato un po’ a te stesso, facendoti rimbalzare continuamente dal carcere ai centri per la salute mentale. Senza la visione che serve, per intuire dove avresti potuto vivere. E non morire. Caro Denis, perdonaci: tutte le nostre intelligenze, artificiali e non, non sono arrivate a comprendere che forse il carcere non era il tuo posto. Non il luogo dove avresti dovuto stare. Non il luogo giusto per avere cura di te, già così tanto provato dalla vita. Ma avevi più bisogno di galera… o più bisogno di cure? E la nostra società, così bisognosa di sicurezza, da sbatterti dentro, dove l’avrebbe trovata”.
La presidente lombarda di Antigone Verdolini ha parlato di “cattivismo normativo nei confronti delle persone recluse” spiegando che oltre il 60 per cento delle persone detenute passa in cella tutta la giornata, fatte salve le ore d’aria previste dalla normativa; che le attività sono limitate, così come ridotti sono gli spazi per la socialità e che l’ingresso della “società esterna”, pure auspicato dal regolamento penitenziario, è reso sempre più difficile. Ci sono certo esperienze virtuose come quella del carcere di Bollate, dove invece le celle rimangono aperte tutto il giorno, ma questa non è la norma. Don Paolo Selmi, direttore della Caritas Ambrosiana che il 14 luglio sarà a San Vittore, ha fatto un appello alla società civile perché ci sia “una sensibilizzazione continua e profonda per non assuefarsi”. Parole condivise da dal neo-presidente del Tribunale di Sorveglianza di Milano, Bortolato da 18 anni magistrato di Sorveglianza in diverse altre realtà tra cui Firenze: “Da un lato c’è una chiusura evidente del Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria, sempre più autoreferenziale. Si sono ridotti gli spazi ricreativi, quindi, il carcere è sempre più chiuso, non solo materialmente. C’è anche il fatto che, nell’ultima riforma di sicurezza, si è introdotto il cosiddetto agente provocatore: una delle soluzioni più devastanti che possano essere create perché è un moltiplicatore di solitudine e i detenuti non si fidano più di parlare con nessuno.
Inoltre il ministro Nordio ha proposto la detenzione domiciliare per alcolisti e tossicodipendenti con cui si pensa di liberare circa 20 mila detenuti, risolvendo il problema del sovraffollamento. La questione è dove metteranno queste persone, perché dovrebbero essere creati 20 mila posti letto in comunità che ancora non esistono. È un modo per illudere i detenuti”. Bortolato ha auspicato che “l’indulto, una soluzione non ovviamente definitiva ma che almeno consentirebbe al sistema penitenziale di prendere respiro: potrebbe essere un indulto limitato”, ha concluso il magistrato, invocando un impegno della politica, delle istituzioni e della società civile bipartsan per “favorire contatti tra interno e esterno del carcere, perché quando restituiamo una persona alla società, dobbiamo farlo restituendo un soggetto capace di reggersi da solo Occorre offrire non solo il lavoro, che è fondamentale, ma anche altri strumenti culturali, sociali e familiari”.
E questo “a fronte di un’area penale che - considerando i 100 mila che godono di misure alternative e sanzioni sostitutive, i circa 120 mila “liberi sospesi” che aspettano la decisione dei Tribunali e i 60 mila detenuti -, è aumentata a dismisura fino a 280-290 mila persone da gestire con solo 250 magistrati di Sorveglianza. I giudici tra primo grado e appello sono, invece, 7.000”.










