di Ilaria Dioguardi
vita.it, 3 novembre 2026
“Negli anni 90 risultavano detenute, ogni anno, dalle 13mila alle 15mila persone con problemi legati al consumo di sostanze stupefacenti, secondo i dati del ministero della Giustizia. Oggi sono quasi 33mila, precisamente 32.823 persone, in carico ai 36 Servizi per le dipendenze-SerD carcere, secondo la Relazione Annuale al Parlamento sul fenomeno delle tossicodipendenze in Italia 2026”. A parlare è Giovanni Zoccatelli, presidente del Coordinamento enti autorizzati e accreditati lombardi-Ceal, alla luce delle riflessioni del recente incontro, organizzato a Milano dall’associazione che rappresenta 37 enti del Terzo settore accreditati con Regione Lombardia sul tema della riabilitazione dalle dipendenze. L’iniziativa è stata un’occasione per approfondire la situazione delle carceri lombarde, “dove ogni giorno dell’anno ci sono circa 4mila persone detenute che hanno una diagnosi di dipendenza”.
“Alla fine del 2025 le carceri lombarde ospitavano 8.809 persone, a fronte di una capienza di 6.142 posti, con un sovraffollamento del 142%. Di queste, 3.900 persone risultavano in carico ai SerD carcere al 31 dicembre del 2025”, dice Zoccatelli. “È un dato abbastanza significativo. E sappiamo che la legge 109 del 1990 prevedrebbe la priorità della la cura della dipendenza rispetto all’espiazione della pena. Poi, in realtà, non si riesce a farlo”.
Infatti, il trattamento integrato rappresenta la prevalenza dei trattamenti, è adottato nell’84% dei casi. “Invece solo il 4% (327 persone) ha avuto accesso, dal carcere, ad un percorso riabilitativo in comunità terapeutica e il 3% (275 persone) senza passare dal carcere. Quindi, il 96% delle persone in carico ai Serd carcere non accede a percorsi riabilitativi residenziali o semiresidenziali”.
Zoccatelli precisa che, “pur non essendoci dati precisi ricavabili dalla Relazione Annuale al Parlamento sul fenomeno delle tossicodipendenze in Italia 2026, in merito a quante persone, di quelle in carico ai servizi ambulatoriali, abbiano avuto accesso ad un percorso riabilitativo residenziale o semiresidenziale, si può stimare che tra i pazienti in libertà, l’accesso a percorsi riabilitativi residenziali o semiresidenziali si attesti mediamente su percentuali del 10-13%. La differenza, quindi, tra chi ha quest’accesso fuori e chi da detenuto (ripeto, coinvolge solo quattro ristretti su 100) è molto marcata”. Le cause sono molteplici: “Si va dall’appesantimento degli uffici del Tribunale di Sorveglianza al carico di lavoro degli educatori in carcere”.
Le persone detenute con dipendenze si trovano nelle carceri del nord-ovest nel 41% dei casi, il 38% di loro è al nord-est, il 36 % nelle regioni centrali, il 24% nelle regioni meridionali e insulari (dati presentati durante l’incontro Ceal dal Coordinamento nazionale comunità accoglienti-Cnca, forniti dal Sole 24 Ore). “Oggi siamo chiamati ad interrogarci su cosa è possibile fare per aumentare la reale esigibilità nell’accesso a percorsi riabilitativi per le persone in esecuzione penale”.
“C’è una normativa nazionale che crea le condizioni perché in carcere siano sempre di più le persone con dipendenza, c’è un problema a monte della normativa sulle sostanze che favorisce il continuo aumento delle persone detenute negli istituti di pena. A valle, aumentando questi numeri, tutte le istituzioni che dovrebbero occuparsi degli interventi, dal Tribunale di Sorveglianza alle carceri, dai servizi ambulatoriali interni al carcere fino alle comunità, dovrebbero avere maggiori risorse e più tempi per potersene occupare adeguatamente”. Un altra criticità sottolineata da Zoccatelli è che “le comunità accolgono circa il 15-20% al massimo di persone sottoposte a pene alternative al carcere, più di così si rischierebbe di trasformare le comunità in istituti penitenziari, andando a perdere quella funzione riabilitativa ed educativa che è la loro caratteristica”.
Tra le persone detenute con dipendenze patologiche in Lombardia, “il 97% sono maschi e il 53% sono italiani. La dipendenza primaria vede al primo posto la cocaina e il crack, seguono la cannabis e gli oppiacei”, continua Zoccatelli. “Al primo posto per la dipendenza secondaria c’è l’alcol, a seguire cannabis, cocaina e crack, infine gli oppiacei. Sono 231 le persone con disturbo da gioco d’azzardo dichiarato”.
Durante l’incontro del Ceal è stato delineato uno scenario che si potrebbe aprire: un tentativo di sperimentare dei trattamenti riabilitativi all’interno del carcere, specializzati sulle dipendenze. “Una strada per migliorare un po’ la situazione potrebbe essere quella di portare la riabilitazione all’interno delle carceri. I percorsi riabilitativi per le dipendenze sono un livello essenziale di assistenza-Lea, che viene eseguito al di fuori degli istituti. Ci sono delle comunità residenziali che al di fuori delle carceri fanno percorsi riabilitativi, all’interno degli istituti ci sono delle attività educative, sia da parte del personale del ministero sia da parte degli enti del Terzo settore che entrano in carcere, però in maniera indistinta”, dice Zoccatelli.
Si potrebbe provare a chiedere alla Regione Lombardia una sperimentazione che sviluppi all’interno delle carceri dei piccoli nuclei di centri diurni, all’interno dei quali le persone che hanno delle dipendenze possano fare un percorso motivazionale riabilitativo. Questo potrebbe essere sia propedeutico, preparatorio alle misure alternative alla detenzione, sia di per sé già un trattamento. Dovremmo chiedere a Regione Lombardia”, conclude, “particolari deroghe per poter fare questi servizi accreditati pagati dal Sistema sanitario nazionale dentro al carcere”.
La scorsa estate è entrata in vigore la Legge 5 agosto 2026, n. 140, che introduce nel Testo unico Stupefacenti (decreto n. 309/1990) il nuovo articolo 94-ter, che disciplina la detenzione domiciliare per le persone detenute tossicodipendenti o alcoldipendenti. “Questa nuova normativa va un po’ ad aumentare le possibilità di utilizzo e di implementazione della detenzione domiciliare all’interno delle comunità: ha innalzato il tetto della pena residua necessaria per poter richiedere la detenzione domiciliare, da sei a otto anni”.
Zoccatelli sottolinea che, a suo avviso, ci sono molte criticità in questa legge. “Già il sistema attuale è non è in grado di rispondere alla quantità di bisogni di cura che ci sono all’interno delle carceri. Non è un problema solo di aumentare la possibilità di usufruire delle misure alternative. Ci sono dei problemi strutturali del sistema delle dipendenze, del sistema del Tribunale di Sorveglianza, delle carceri e dei servizi ambulatoriali. Se questi non vengono affrontati, si possono aumentare le possibili strade per offrire percorsi alternativi al carcere ma questa legge probabilmente non porterà grandissimi benefici”.
“Poi c’è il tema delle risorse di questa legge”, che prevede uno stanziamento economico pari a 19.436.250 euro all’anno, a decorrere dal 2026. “Questi fondi potrebbero bastare per 400-500 persone in tutta Italia, un numero molto basso”. Un altro problema di questa norma “è che aumenta la complessità dell’iter per arrivare alla detenzione domiciliare terapeutica, prevede la necessità che per ogni persona si debba dimostrare una correlazione diretta tra tossicodipendenza o alcoldipendenza e commissione del reato. Deve essere costituita una Commissione che definisca a livello nazionale i criteri omogenei per definire questa correlazione: è molto difficile stabilire se è nato prima il reato o se il reato è una conseguenza della dipendenza, sono due situazioni estremamente legate”.









