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di Franz Baraggino

Il Fatto Quotidiano, 23 luglio 2026

Cosa prevede e quanto può funzionare. Presentato un ordine del giorno per un “programma sperimentale di remigrazione” dei detenuti extracomunitari a fine pena. Fontana: “Se non vogliono integrarsi meglio che vadano a casa loro”. Un ordine del giorno della Lega sulla “remigrazione” approda in Consiglio regionale della Lombardia con l’obiettivo dichiarato di alleggerire il sovraffollamento delle carceri e favorire il rientro nei Paesi d’origine dei detenuti extracomunitari prossimi al fine pena. Il documento, presentato nell’ambito dell’assestamento di bilancio, impegna la Giunta di Attilio Fontana a istituire “un programma sperimentale regionale di remigrazione”, si legge nel testo dell’odg, rivolto “prioritariamente ai cittadini extracomunitari detenuti negli istituti penitenziari lombardi, prossimi al fine pena o con pena residua non superiore a due anni”, per “favorire l’espulsione dal territorio nazionale e accompagnare il rientro e la reintegrazione nei Paesi d’origine”.

Per il capogruppo leghista Alessandro Corbetta, primo firmatario dell’atto, la proposta nasce dai numeri del sistema penitenziario lombardo: al 30 giugno, ha ricordato, “i detenuti erano 9.113 a fronte di una capienza di 6.072 posti, mentre gli stranieri rappresentavano circa il 45% della popolazione carceraria”. L’obiettivo, spiega, è evitare che “gli extracomunitari detenuti, privi di reali prospettive di integrazione, vengano semplicemente rimessi sul territorio lombardo al termine della pena”, costruendo invece “percorsi ordinati di rientro nei Paesi d’origine, accompagnati da progetti individuali di reinserimento sociale e lavorativo”. A sostenere l’iniziativa è anche il presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana. “Sono convinto - ha dichiarato - che si debbano porre in essere tutte quelle operazioni necessarie per fare in modo che chi si è macchiato di reati, chi non dimostra la volontà di integrarsi nella nostra società, chi non si dedica ad attività legittime, debba ritornare”, ha dichiarato. E ancora: “Se non vogliono integrarsi, se vengono per delinquere, è meglio che vadano a casa loro”. Alle domande su un possibile inseguimento delle posizioni di Roberto Vannacci, Fontana ha replicato che l’obiettivo è semplicemente “realizzare qualcosa di estremamente utile”.

Sul fronte delle competenze istituzionali, per poteri che la Costituzione riserva allo Stato e non alle Regioni, l’odg leghista riconosce infatti che la Lombardia “pur non avendo competenza diretta in materia di espulsioni, controllo delle frontiere, esecuzione penale e rimpatri coattivi” può soltanto concorrere, “nell’ambito delle proprie attribuzioni e degli strumenti regionali di cooperazione internazionale”, a promuovere iniziative di rientro e reintegrazione. Due gli strumenti, peraltro già esistenti. Il primo è l’articolo 16 del Testo unico sull’immigrazione (TUI), che l’odg richiama espressamente e prevede che il magistrato di sorveglianza, nei casi previsti, possa sostituire l’ultima parte della pena detentiva - fino a un massimo di due anni - con l’espulsione dal territorio nazionale. Non è la Regione a decidere, né il governo: la valutazione spetta all’autorità giudiziaria e riguarda soltanto detenuti identificati, giuridicamente espellibili e privi di cause che impediscano il rimpatrio: la titolarità di forme di protezione, il rischio di persecuzioni o violazioni dei diritti fondamentali nel Paese d’origine, incompatibilità col diritto all’unità familiare tutelato dalle norme internazionali e ostacoli materiali al rimpatrio, come la mancata collaborazione dello stesso Paese d’origine, per esempio. La Lega non entra nel merito, né chiede modifiche normative. E non impegna la Regione a sollecitare i magistrati, cosa che comunque non potrebbe fare. Si limita a proporre di costruire un incentivo: rendere più conveniente per i detenuti aderire al percorso offrendo assistenza e reintegrazione nel Paese d’origine.

In sostanza, l’odg propone una sponsorizzazione regionale dei cosiddetti programmi di Rimpatrio volontario assistito con reintegrazione (RVAA), anche questi già noti e non proprio eclatanti dal punto di vista dei numeri che sembrano interessare i remigrazionisti di casa nostra. Si tratta di una possibilità prevista dalla normativa europea, attraverso programmi finanziati, in larga parte, dal Fondo Asilo, Migrazione e Integrazione (FAMI), con l’attuazione affidata per lo più all’Organizzazione internazionale per le migrazioni (OIM). Il migrante sceglie volontariamente di tornare nel Paese d’origine ricevendo assistenza, biglietto di viaggio e un progetto di reinserimento sociale o lavorativo, proprio come vorrebbe, ad esempio, la proposta di legge recentemente depositata alla Camera da CasaPound, tra gli altri, che però non si rivolge a chi ha pendenze con la giustizia. L’odg della Lega, invece, vorrebbe collegare la strada dell’espulsione alternativa alla pena ai progetti individuali di rimpatrio e reintegrazione nel Paese d’origine, “individuando le necessarie risorse regionali anche attraverso gli strumenti della cooperazione internazionale”.

Dettagli tecnici a parte, la proposta ha molto in comune con quelle concorrenti dell’estrema destra di Vannacci e non solo: la potenziale efficacia è a dir poco dubbia. L’applicazione dell’articolo 16 produce, nella pratica, numeri contenuti: le relazioni pubbliche dei Tribunali di sorveglianza mostrano che i procedimenti e gli accoglimenti si misurano generalmente in poche decine all’anno per singolo distretto. Anche il bacino dei rimpatri volontari assistiti resta molto limitato: secondo i dati del Ministero dell’Interno, nel 2025 i RVAA conclusi in Italia sono stati 675. Non è un caso. Le valutazioni dell’OIM e dell’OCSE indicano da anni che questi programmi funzionano soprattutto quando il migrante ha già maturato la decisione di tornare e dispone di concrete prospettive di reinserimento nel Paese d’origine. Gli incentivi economici, da soli, raramente modificano una scelta migratoria determinata da fattori ben più profondi, come lavoro, sicurezza o ricongiungimenti familiari. È proprio su questo terreno che un programma sperimentale come quello immaginato in Regione Lombardia deve fare i conti con la realtà. A meno di non fermarsi alle intenzioni e allora tutto resta possibile.