di Maria Brucale*
Ristretti Orizzonti, 15 marzo 2026
L’indagine a carico di circa dieci agenti della Polizia penitenziaria per gravi fatti di reato a danno di alcuni ospiti dell’Istituto minorile di Casal del Marmo scuote la coscienza collettiva. Le accuse di tortura, lesioni e ipotesi di falso vengono corredate dalle agenzie di stampa dalle frasi con cui i denuncianti hanno raccontato gli orrori subiti: “Vi porto sopra e vi faccio come carne macinata”;” mi ha lanciato addosso dei libri e mi ha fatto sdraiare sul lettino, togliere i pantaloni e gli slip. Poi mi ha minacciato di tagliarmi le palle, ha preso una forbice e l’ha avvicinata al mio testicolo destro facendomi uscire del sangue. Io piangevo, pregavo di smettere. E poi mi hanno riportato in cella e hanno continuato a picchiarmi con calci e pugni”. Naturalmente le notizie saranno oggetto di accertamento processuale e solo all’esito di una pronuncia definitiva sarà possibile esprimere un giudizio conclusivo e tracciare responsabilità individuali. Tuttavia, in un sistema, quello detentivo, che appare sempre più oscuro e impermeabile, la vicenda agli onori delle cronache desta seria preoccupazione.
Il 7 luglio scorso Antigone aveva depositato un esposto in Procura nel quale aveva riportato quanto appreso dalle visite al minorile raccogliendo anche dal personale medico intramurario testimonianze attonite delle gravi violenze subite dai giovanissimi reclusi. Anche la Garante comunale della città di Roma, Valentina Calderone, aveva trasmesso un esposto in Procura, a più riprese integrato da segnalazioni, dettagliando le presunte violenze subite dai ragazzi detenuti a Casal del Marmo.
Sempre dal rapporto di Antigone si apprende che solo nel 2024 nel carcere di Casal del Marmo, si sono registrati 188 episodi di autolesionismo e 17 tentati suicidi, due proteste collettive, 4 evasioni. Sono state irrogate 214 sanzioni disciplinari, di cui 132 esclusioni dalle attività in comune. Dati sconfortanti che disegnano un malessere profondo.
L’inchiesta giunge dopo quella del Beccaria di Milano che vede oggetto di accertamento la responsabilità di oltre 40 indagati per maltrattamenti, torture, pestaggi, isolamento prolungato di minori in condizioni di abbandono, falsificazione di referti e omissioni.
Atmosfere a tinte fosche che rinnovano la grave preoccupazione che le carceri minorili siano sempre più distanti da un luogo protetto nel quale le giovani vite dei ristretti possano essere orientate a strade di integrazione sociale, di formazione, di scolarizzazione, di cultura solidaristica, di crescita individuale e di tutela collettiva.
Gli studi ed i progetti di legge elaborati anni addietro sulla spinta riformatrice degli Stati Generali dell’esecuzione penale, le indicazioni offerte dalla Corte Costituzionale - troppo spesso costretta a vestire i panni di un indolente legislatore - dalle direttive europee, dalle circolari ministeriali, tutti assecondano la medesima intenzione: relegare la pena in carcere per i minori ad un ambito del tutto residuale e prediligere l'esecuzione penale "aperta" o extramoenia tesa alla integrazione sociale ed alla responsabilizzazione di soggetti ancora da "educare", non da rieducare. Il rispetto di una particolare condizione di vulnerabilità, la necessità di formare la persona che sia incorsa da minorenne nel crimine e di determinarne la adesione a modelli sociali alternativi e positivi, di sanzionare con intelligenza prospettica ed indulgenza il minore il cui ricorso al crimine può essere stato determinato da condizionamenti esterni - sociali o familiari cui non è stato in grado di contrapporre una resistenza matura e consapevole - impongono di considerare il carcere come extrema ratio che risponde a criteri di inevitabilità.
Il paradosso attuale è che, a fronte di una cultura giuridica che predica il carcere come risorsa residuale, la realtà politica e sociale sta trasformando la cella nel principale ammortizzatore del disagio giovanile.
Assistiamo a una sorta di inversione di marcia: laddove mancano presidi psichiatrici, reti familiari solide o percorsi educativi territoriali, interviene la sanzione penale. Il carcere minorile finisce così per accogliere non solo chi ha commesso reati gravi, ma soprattutto ragazzi che manifestano un malessere profondo, spesso legato a tossicodipendenze, disturbi mentali o marginalità sociale estrema.
Si tende a rispondere alla percezione di insicurezza con l'inasprimento delle pene, dimenticando che un adolescente "chiuso" senza un progetto di senso è un adolescente che tornerà a delinquere con più rabbia. La politica delega al sistema penale il compito di gestire fallimenti che sono in realtà educativi e sociali e richiederebbero l’apporto di équipe multidisciplinari e non sbarre.
La bulimia pan-penalistica degli ultimi anni, il decreto Caivano, il florilegio con decretazione di urgenza di fattispecie punitive e di aumenti sanzionatori hanno così determinato anche negli istituti minorili, dapprima considerati una realtà positiva e funzionante, un ingravescente fenomeno di sovraffollamento fonte inevitabile della recrudescenza di stati emotivi di sofferenza, fatica di adattamento, carenze e inadeguatezze strutturali che incidono nell’offerta di percorsi di crescita e di riabilitazione.
*Avvocato











