di Maurizio de Giovanni
La Stampa, 7 novembre 2020
Casalnuovo di Napoli: martedì sera Simone Frascogna, 19 anni, viene ucciso a coltellate. Si costituisce un 18enne. La madre: "Non perdono". Potrebbe essere stato vittima di una epurazione interna al gruppo malavitoso al quale apparteneva Benvenuto Gallo, 24 anni, morto ieri all'ospedale Cardarelli di Napoli dove era stato portato con una grave ferita da arma da fuoco alla nuca. Il giovane, con precedenti per spaccio, è stato forse attirato in una trappola e poi colpito dai sicari alla testa, come in un'esecuzione, nel quartiere San Pietro a Patierno.
Immaginiamo che qualcuno, a leggere certe notizie, nel provare un accorato e doloroso senso di angoscia possa in qualche modo avvertire una sensazione se non di sollievo, perlomeno di distanza. Da napoletani sappiamo fin troppo bene che all'immagine della nostra città, per tanti versi meravigliosa e ricchissima di storia, arte, cultura e bla bla bla, si annette sempre più spesso l'immagine di un luogo violento e potenzialmente mortale. Un far west tricolore, una Gomorra infernale dove si spara liberamente e si ammazza gente per strada.
E ci sono altri, anche molto vicini al territorio se non interni allo stesso, che pensano con maligna soddisfazione che a morire ammazzati siano incidentalmente gli stessi che in altre occasioni sono stati a loro volta assassini, o che potrebbero facilmente esserlo. Finché si ammazzano fra di loro, si dice. Uno di meno, si dice. Se lo meritano, si dice.
Chi appartiene alle suddette scuole di pensiero, che ammettiamo sono state disegnate grossolanamente e aderendo a stereotipi informativi che sfiorano ormai il luogo comune, avrà così accolto la notizia della morte di un ragazzo di 24 anni con un colpo di pistola alla nuca, in un quartiere periferico della città. Evento che peraltro segue un'analoga uccisione, stavolta di un 19enne, Simone, a seguito di una banale lite pare per motivi di viabilità.
Da Genova a Caserta - Tutto quadra: il degrado, l'ignoranza, la violenza come forma comportamentale usuale, l'assenza di controllo di un territorio abbandonato da parte delle istituzioni. Lo diciamo con forza: se questa fosse l'unica sede di questo cancro sociale, come peraltro fu definito da un autorevole ministro della Repubblica, proporremmo con forza l'auto-deportazione selettiva e poi una bella spolverata di napalm su questa terra ricca di storia, arte, cultura e bla bla bla. Un'azione incisiva e radicale, per una soluzione definitiva.
Purtroppo, e abbastanza ovviamente, non è così. Lo dice la cronaca recente di questo Paese, con una trentina di episodi trovati all'istante su Google inserendo "violenza tra giovani per futili motivi", e senza voler andare troppo indietro nel tempo. Da Colleferro a Genova, da La Spezia a Massa Carrara, da Diamante a Bastia Umbra, da Caserta a Sesto San Giovanni, da Prato a Legnago: colpi di pistola, certo, ma anche coltellate, sprangate, pugni e calci.
Non sempre ci scappa il morto, e a ben guardare c'è un largo spettro di "futili motivi", spesso influenzati dall'assunzione di sostanze o di alcol, ammesso che si voglia considerare questa triste abitudine alla stregua di un'attenuante della gravità del fenomeno. Tutt'altro che mezzo gaudio questo mal comune, sia chiaro: ed è evidente che un'area così vasta e popolosa, la densità più alta dell'intero continente, costituisce un problema altrettanto vasto non solo per la città e la regione ma per tutto il Paese, e induce a considerazioni sull'assenza dello Stato e sulla dispersione scolastica che annoierebbero i lettori. Sta di fatto però che il fenomeno della violenza tra giovani e dei giovani sembra aver superato ogni livello di guardia, e che non è confinabile a una o altra latitudine o a uno o altro contesto socioeconomico.
Le colpe dei genitori - I ragazzi. I nostri ragazzi. Armati e decisi a usare le armi, determinati a un uso distorto delle arti marziali, ansiosi di procurarsi legioni di followers spostando costantemente in avanti i limiti del proibito, del violento e dell'estremo. Cresciuti a videogiochi di sangue e morte, educati a vincere e altrimenti a essere irrimediabilmente perdenti, abituati a genitori che picchiano gli insegnanti e incitano i figli da bordo campetto a picchiare a loro volta gli avversari, costantemente incensati e protetti da un mondo dal quale restano distanti, privati del senso della comunità o dell'appartenenza, spinti ad apparire e a non essere, i ragazzi di questa generazione abbandonata minacciano di essere i più perduti di sempre.
Non li troverete in piazza a manifestare se non per lanciare sassi contro chiunque. Non li troverete a discutere se non di macchine e moto, non li troverete a innamorarsi se non di tette e culi o di bicipiti tatuati, non ne troverete uno ad aiutare qualche debole. Saranno pronti piuttosto a picchiare barboni, a spaccare vetrine, a bruciare semafori a centosessanta all'ora. E tutto quanto precede non è il solonismo di un anziano nostalgico e conservatore, ma quello che banalmente si può reperire in mezz'ora di Instagram o Tik Tok, volendo soltanto rispettare l'assoluta maggioranza.
Certo, non tutti. Certo, non dovunque. Certo, non i figli o i nipoti di voi che state leggendo, che sono tutti deliziosi ragazzi al di sopra di ogni sospetto. Ma per quanto ci riguarda, se e quando leggiamo di un ragazzo morto o picchiato, ferito o sfregiato a seguito di una notte brava da qualche parte, non ce ne sentiamo mai troppo lontani. Perché a volte basta passare per caso, in certi posti, per trovarsi in mezzo a qualcosa di irreparabile. Per cui, come diceva Hemingway, se senti la campana suonare non chiederti mai per chi suona. Perché suona per te.











