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di Giovanni Mari

 

Il Secolo XIX, 30 giugno 2019

 

Lo Stato deve educare, se la politica usa parole brutali, l'etica svanisce nella piazza. Il compito di uno Stato di diritto è garantire libertà e sicurezza ai cittadini. Se il capitano di una nave vìola la legge è doveroso (e automatico) che lo Stato provveda, con le competenze e gli organismi adeguati, a indagare ed eventualmente a punire il capitano.

Con le aggravanti e le attenuanti del caso. In una presunta Unione Europea, tutti gli Stati dovrebbero inoltre cooperare per assicurare i diritti umani, anziché lasciare solo sia chi fugge dalla fame attraverso il Mediterraneo sia chi è nelle condizioni naturali di intervenire per aiutare altri esseri viventi, a salvarsi dal mare. Da queste banali considerazioni, il balzo alla cruda realtà di Lampedusa sembra frutto di un salto dimensionale (e culturale). Come è stato possibile sprofondare il Paese in una violenta e volgare arena di odio come quella che si è materializzata allo sbarco di Carola Rackete sull'isola più a sud d'Italia?

La capitana della Sea Watch è stata accolta da insulti e urla da persone che le hanno augurato di subire violenze sessuali dagli stessi uomini africani che aveva appena salvato dal mare. Un'eruzione di minacce che travalicano l'antagonismo politico, sbaragliano le ataviche guerre tra poveri e finiscono nel disegnare un Paese civicamente allo sbando. Rakete ha violato la legge con l'attenuante umanitaria, va indagata. Da qui ad augurarle sofferenze fisiche sulla piazza di Lampedusa e ancor peggio sulla sterminata galassia social, il passo è immenso. Perché la pancia del Paese non riesce a fermarsi a una condanna severa e partigiana, ma nel limite della legge della civiltà? Perché scagliarsi con quel livore sanguinario?

È anche colpa della politica, che da decenni anziché affrontare i problemi reali si limita a un'infinita contesa elettorale. Che anziché discutere sul merito si sfida in un'eterna narrazione identitaria o anti-identitaria, senza possibili vie di mediazioni e degradando verso il fango. Per bocca (o tastiera) di molti sfocia nell'insulto, nell'invettiva, proprio in quei processi sommari che ha chiesto la piazza di Lampedusa.

Di fronte a questo scenario, Matteo Salvini, il politico attualmente più abile a comunicare attraverso il rutilante mondo dei social, dovrebbe ricordarsi di essere il ministro dell'Interno, un uomo di Stato, garante di quella sicurezza che il suo dicastero presiede. Invece, anche lui ha vergato parole sopra le righe, chiedendo giustizia sommaria senza aspettare sentenze o processi, applicando per settimane a ogni tema delicato (specie su migrazioni e sicurezza) un linguaggio brutale, non da uomo di Stato.

Ha identificato la forza dello Stato in una forza muscolare che prescinde dall'etica del diritto. Lo Stato, la convivenza civile, si reggono invece su un codice di regole e valori che contempla una civiltà del linguaggio e della forza pubblica. Se si rompe quell'equilibrio, quel patto sociale, allora crolla ogni limite, ogni remora, ogni concetto di rispetto. Se l'argine etico e civile dello Stato si rompe, la legge del taglione dilaga in campo aperto. Non servono atti, basta il linguaggio, perché "la lingua è più del sangue", diceva Franz Rosenzweig e quando la comunicazione promuove il conflitto diventa solo fonte di odio.

La forza dello Stato deve andare in senso contrario: deve educare. Se invece trasforma in uno scontro da stadio il braccio di ferro con una Ong, guidata da un privato straniero molto abile a sfruttare la sceneggiata mediatica, allora lo Stato diseduca. E diventa paradossale, a guerra cominciata, sapere che mentre i 40 della Sea Watch aspettavano che si consumasse lo scontro a colpi di tweet, decine di altri migranti sbarcavano indisturbati fuori dal cono di luce delle telecamere, sulla stessa banchina degli insulti e dell'odio.