di Gabriele Segre
La Stampa, 26 settembre 2025
Solo la modifica del Consiglio di Sicurezza e del diritto di veto può ridarle incisività nei conflitti. Dopo ottant’anni di onorato servizio, le Nazioni Unite sono ormai clinicamente morte. O almeno così sembrano a molti. Tanto più dopo aver assistito a una settimana di passerelle diplomatiche, con capi di Stato e dignitari da tutto il mondo impegnati a pronunciare soliloqui al limite del surreale o formule ritrite della diplomazia internazionale. Parole rarefatte che evaporano appena proferite, senza quasi mai lasciare traccia concreta. Ma la realtà è più sfumata di quanto appare. L’Onu è oggi schiacciata dal collasso dell’ordine mondiale che l’aveva generata, travolta dalla fine del multilateralismo e da un’epoca che predilige i droni alle colombe della pace. Eppure, uno spiraglio di speranza resiste ancora.
Proprio i lavori dell’Assemblea Generale di questi giorni mostrano che l’istituzione non è una scatola vuota. Resta un luogo di confronto rilevante e, attraverso le sue agenzie, un centro indispensabile di sviluppo sociale in molte parti del mondo. La crisi, certo, esiste. E, come ha riconosciuto lo stesso Segretario Generale António Guterres, riguarda anzitutto un deficit di legittimità politica. Le Nazioni Unite sembrano incapaci di incidere sulle crisi che esplodono in ogni angolo del globo, al punto che molti ne pronosticano la stessa sorte della Società delle Nazioni. Considerando che quest’ultima nacque dopo la Prima guerra mondiale e fallì nel prevenire la seconda, non è un precedente incoraggiante.
Per questo la necessità di un cambiamento è ormai ampiamente riconosciuta. E, in effetti, l’Organizzazione ha già avviato una profonda riforma di carattere amministrativo: snellire le procedure, “fare meglio con meno”. Scelte obbligate, visto che i Paesi membri sono sempre meno disposti a sostenerla finanziariamente. Ma il punto è che non si tratta di recuperare denaro, bensì credibilità. Se la crisi è politica, la risposta non potrà che essere politica. Solo un progetto in grado di misurarsi con la realtà del mondo di oggi può evitare di trasformarsi nell’ennesima utopia di carta.
Il principio è semplice: ogni progetto di riforma che non voglia naufragare sul nascere deve saper partire dai fatti. E questi dicono che il tanto proclamato funerale del multilateralismo è, in realtà, una menzogna. Non è morta la cooperazione internazionale in sé, ma soltanto un suo specifico modello: il nostro. È crollata la rete di relazioni costruita dalle potenze vincitrici della Seconda guerra mondiale, la stessa che aveva dato vita all’Onu e che, dopo la Guerra Fredda, aveva blindato gli equilibri funzionali alla nostra egemonia. Ora, di fronte al tramonto di quell’ordinamento, altre nazioni vedono nel multilateralismo non un residuo del passato, ma uno strumento indispensabile per parlarsi, unire gli sforzi e costruire reti diverse, ma non più modellate sull’Occidente.
Il problema è che lo strumento per farlo - l’Onu - resta ancorato a logiche ormai superate, e il nodo principale è la composizione antiquata del Consiglio di Sicurezza. È vero che vi siedono gli Stati Uniti, ripiegati su sé stessi ma ancora decisivi nel definire gli equilibri mondiali; la Cina, potenza in piena ascesa e al centro della scena globale; e la Russia, sempre più assertiva e proiettata verso Est. Ma gli altri? Francia e Regno Unito conservano un seggio che riflette più la gloria del passato che l’influenza di cui dispongono oggi. Intanto, cresce il fronte di chi pretende un riconoscimento adeguato al proprio peso: l’India, che ha solide ragioni per rivendicare il seggio dei suoi ex dominatori coloniali; una parte del Vecchio continente che reclama il posto di Parigi a favore dell’Unione europea; e ancora l’Unione Africana, il Brasile, i Paesi arabi. Potenze demografiche ed economiche che non intendono più restare spettatrici.
È chiaro che, per rappresentare questa nuova realtà, serva una riforma strutturale, non un maquillage burocratico. Un’operazione capace di togliere il velo dell’ipocrisia, ma che da decenni si scontra con la resistenza di chi, pur predicando inclusività, non vuole rinunciare ai privilegi garantiti dallo Statuto del 1945. Del resto, è opinione ormai diffusa in gran parte del pianeta: gli europei credono che i loro problemi coincidano con quelli del mondo, ma che i problemi del mondo non coincidano mai con i loro.
La riforma più urgente è, dunque, culturale: è tempo di abbandonare la favola dell’Onu come grande attore globale, di crederla una “super nazione” sovrana e indipendente, capace di dominare e ordinare tutte le altre, garante del diritto internazionale e al tempo stesso tribunale e polizia incaricata di imporre valori universali. Non lo è mai stata: quei “valori universali” erano i nostri, e la forza coercitiva che spingeva alla cooperazione proveniva da noi. Meglio allora restituirle il ruolo che le è più adatto: un’assemblea in cui i veri protagonisti del pianeta si incontrano per parlarsi.
In ogni villaggio c’è un consiglio di saggi che si riunisce per interpretare i segni del presente e orientare le scelte della comunità. Così dovrebbe essere anche per il villaggio globale, a patto che attorno al fuoco non siedano solo anziani legati al passato, ma anche voci nuove, capaci di indicare le priorità e le ambizioni per il futuro. Un’Onu che dia più spazio alle parole che ai Caschi Blu può sembrare irrilevante; eppure, se le parole sanno aprire varchi tra le diffidenze, possono ancora bastare a scongiurare la terza guerra mondiale.










