di Stefano Stefanini
La Stampa, 8 aprile 2022
Le Nazioni Unite sono sulle spine dopo aver ascoltato, e visto, Volodymir Zelensky. Se non lo sono dovrebbero esserlo. Non solo per quello che il Presidente ucraino ha detto. Neanche per le orrende immagini che ha mostrato. Per la risposta che non gli hanno potuto dare.
L’appello di Zelensky è caduto nello smarrimento di una comunità internazionale che ha le mani legate - da sé stessa. Zelensky ha mostrato il re nudo. I limiti delle Nazioni Unite non sono una novità. Ma c’è una differenza fondamentale fra la guerra in Ucraina e i tanti conflitti e guerre di tre quarti di secolo che l’Onu non è riuscita a impedire, riuscendo al massimo a contenerli e gestirli con le operazioni di mantenimento della pace - cui l’Italia ha sempre dato una generosa partecipazione.
L’invasione russa dell’Ucraina è una guerra offensiva intrapresa per mire territoriali da una grande potenza contro un vicino più piccolo e più debole. Aggravata da violazioni del diritto umanitario e da crimini di guerra. Esattamente quanto si voleva evitare con l’Onu, con la Carta del 1945, con l’alchimia del Consiglio di Sicurezza che, nell’uguaglianza di tutti gli Stati, ne rende cinque infinitamente più uguali degli altri grazie a seggio permanente e diritto di veto. Così assegna loro una particolare responsabilità per il mantenimento della pace nel mondo - non a caso sono anche le cinque potenze “ufficialmente” nucleari.
Il meccanismo del Cds è un compromesso fra legittimità internazionale e realpolitik. Ha sempre funzionato a singhiozzo. Sull’Ucraina si è rotto. O si affronta il problema di come riparalo o anche l’imperfetto multilateralismo, faticosamente dopo la Seconda Guerra Mondiale, è relegato all’archivio della storia. L’Onu sopravverrà comunque come grande, e indispensabile agenzia umanitaria, ma avrà abdicato alla missione principe: pace e sicurezza internazionale. Il problema dei veti non è esclusivo del Palazzo di Vetro.
L’unanimità blocca spesso l’Unione europea ed è di regola alla Nato. Ma in un contesto di condivisione di valori e di sistemi politici ha una certa logica. L’universalità delle Nazioni Unite riduce al minimo comun denominatore la base comune dei Paesi membri. In CdS, se non controbilanciato da senso di responsabilità, il veto conduce alla paralisi, mettendo a rischio la pace nel mondo. Le Nazioni Unite sono tanto imperfette per definizione - rispecchiano l’imperfezione della comunità internazionale - quanto infungibili. Ma non possono limitarsi a fare da cassa di risonanza delle diatribe internazionali. Devono ritrovare un ruolo nella tutela di pace e sicurezza.
La difesa del multilateralismo tocca tutti, anche Cina, India, Brasile o Sud Africa che contestano l’”ordine liberale internazionale” come creatura imposta dall’Occidente. Il multilateralismo della Carta di San Francisco è un’altra cosa. Rappresenta l’esigenza di legittimità internazionale, valore universale non europeo o atlantico. Ed è quest’ultimo che Mosca sta sfidando.
L’impossibilità per l’Onu di intervenire nella guerra della Russia contro l’Ucraina, pur di fronte all’evidenza di crimini di guerra, è una resa dell’intera comunità internazionale. Se, nel 2022, le Nazioni Unite non sono in grado di fermare l’aggressione di una grande potenza contro uno Stato indipendente quale la differenza con l’infelice precedente della Società delle Nazioni che non riuscì a fermare le dittature di Hitler, Stalin, Mussolini, Franco, negli anni ‘30? “Cosa ci state a fare?”, ha chiesto Zelensky ai quindici delegati del Consiglio di Sicurezza. Non ha ricevuto risposta. La domanda era scomoda come lo sono tutte le apparizioni del Presidente ucraino che vanno dritte alla coscienza delle audience cui si rivolge. È rimasta sospesa, senza risposta, sull’aula del Palazzo di Vetro.











