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di Barbara Stefanelli

Corriere della Sera, 14 ottobre 2022

Le frasi di Putin evocano il rischio atomico. Si infrange il tabù dei tabù? Il pericolo delle amnesie della storia e quel quadrante che rimane un monito. Possiamo farne una bussola contro ogni amnesia.

I sopravvissuti di Hiroshima e Nagasaki ricordano un lampo, un flash, bianco, azzurrognolo, a circa 600 metri dal suolo. Pochi hanno memoria di un boato, tutti condividono la sensazione di galleggiamento nel vuoto e nel silenzio, parlano del collasso istantaneo delle strutture. Chi ha avuto il tempo, e la volontà, di dire di più ha ricostruito una sequenza di visioni filtrate dall’accecamento. Visioni da cui scaturiscono orrore e incredulità assieme, la seconda forse più pericolosa perché vorrebbe seppellire le testimonianze di una storia che resta in fondo indicibile. E - da questa parte del mondo - inascoltabile. Le ustioni, le facce e le braccia bucate dai vetri, i sintomi che si manifestavano dopo ore o giorni. Vomito, diarrea, la pelle a macchie come manto accartocciato di leopardo. E, dopo anni, ecco l’epidemia di malattie del sangue e agli occhi, a causa delle radiazioni emanate dalla pioggia oscura che si era poi abbattuta sulla terra e sulle persone.

“Un mondo dove nero è il colore e nessuno il numero” avrebbe cantato Bob Dylan in A Hard Rain’s A-Gonna Fall, come ha scritto Paolo Lepri sul Corriere. Era il 1945, 77 anni e due mesi fa. E noi - che abbiamo lentamente elaborato la notizia di un conflitto in corso in Europa e quasi eravamo riusciti a liberarcene, sospingendola in un angolo della testa e dei tg - ci siamo ritrovati davanti a una nuova porta spalancata sullo spavento: un passato smaterializzato si è d’un tratto riattivato e riconnesso a un possibile futuro prossimo. Davvero Vladimir Putin potrebbe tentare di rovesciare le sorti di un’Operazione per nulla speciale con lo sganciamento sull’Ucraina di “ordigni tattici nucleari a basso potenziale”? Sono questi “i mezzi a disposizione” ai quali potrebbe ricorrere per difendere l’”integrità territoriale” della Russia secondo le mappe ridisegnate al Cremlino? Di questo discutono osservatori, politici, generali: come non fosse più il tabù dei tabù.

In briciole decenni di trattative pro disarmo monitorate dall’Agenzia internazionale per l’energia; prosciugati fiumi di pagine e pellicole apocalittiche che, dose dopo dose, avrebbero dovuto vaccinarci tutti e per l’eternità contro la Bomba. Anche la risposta del segretario Nato, Jens Stoltenberg, appare inquietante: “Qualsiasi uso di armi nucleari avrà conseguenze serie per Mosca”. Non una strategia occhio per occhio, atomica per atomica, ok. Ma se l’Alleanza evoca un piano - l’eventuale distruzione degli armamenti convenzionali russi, direttamente o attraverso le forze ucraine, partendo dalla Crimea - vuol dire che il recinto della “deterrenza” novecentesca è diventato scalabile?

Dopo aver invaso un Paese autonomo e democratico, Putin si è messo ad agitare lo spettro atomico lungo i confini con l’Europa. Un uomo solo sta ancora cercando di forzare le lancette della Storia, attratto come una stolida falena dal bagliore mitico di un onore antico e colossale, sfregiato dai nemici (lo spiega lo storico Orlando Figes nell’intervista con Chiara Mariani sul numero di 7 in edicola il 14 ottobre).

Quando in un altro ottobre, quello del 1962, Kennedy e Kruscev attraversarono la crisi dei missili di Cuba, costeggiando e infine evitando la catastrofe, avevano un ricordo diretto della Seconda guerra mondiale. Ora tutto sembra pericolosamente lontano, come fosse lost in translation tra i secoli e i popoli. Dovremmo invece tornare a misurare il nostro tempo sul quadrante dell’orologio che a Hiroshima si bloccò alle 8.15 del 6 agosto ‘45 ed è custodito nel Memoriale per la pace. Possiamo farne una bussola contro ogni amnesia.