di Michele Gambirasi
Il Manifesto, 18 aprile 2026
Intervista a Marco Boato, già deputato con Radicali e Verdi. Con il resto del partito si oppose al fermo di polizia nell’81. Parlò per 18 ore di seguito: “Un anno dopo il governo non rinnovò la norma. Me lo disse il ministro dell’Interno Rognoni: “Se non rivendichi la vittoria lo togliamo, è inutile e dannoso”. Erano le 20 del 10 febbraio 1981 quando nell’aula di Montecitorio prese la parola Marco Boato, allora deputato del Partito Radicale. Con i suoi diciassette colleghi si stava opponendo alla proroga di un anno del fermo di polizia previsto dal decreto Cossiga. Allora l’ostruzionismo era un’arte: Boato smise di parlare 18 ore dopo, alle 14.05 dell’11 febbraio.
Cosa ricorda?
A dicembre ‘79 Cossiga emanò il decreto antiterrorismo, e all’articolo sei c’era il fermo di polizia, in vigore per un anno. Tutte norme al limite della Costituzione, lo riconobbe in seguito anche Cossiga, e quella una misura francamente fascista. L’anno successivo il governo decise di prorogarla, così decidemmo per un ostruzionismo radicale: tutti e 18, chi più e chi meno, intervennero a lungo. Io avevo già parlato 16 ore in discussione generale: allora il regolamento prevedeva che se si leggeva il tempo massimo era 30 minuti, ma se si chiedeva la deroga si poteva parlare ad libitum senza leggere. Allora il governo pose la fiducia, impedendo di discutere gli emendamenti, e noi ne avevamo presentati moltissimi. Così ci rimaneva un solo intervento, ed Emma Bonino chiese di farlo a me, dato che mi ero preparato per giorni nella biblioteca della Camera, leggendo tutto quello che era disponibile in materia di sicurezza pubblica.
Cosa accadde?
Occorreva rimanere in piedi, rivolti alla presidenza, senza appoggiarsi e senza leggere, si poteva al massimo sorseggiare dell’acqua. Avevo decine di appunti che potevo però solo guardare di sfuggita e scorrere con gli occhi la scaletta. All’una di notte chiesi un cappuccino: me lo negarono. Mi fermai dopo che decine di parlamentari mi avevano fatto arrivare biglietti dove dicevano che a causa della nebbia che stava ostruendo gli aeroporti, se avessi continuato, avrebbero perso gli aerei. Emma Bonino mi disse di fermarmi dopo i telegiornali del pomeriggio. Quando smisi di parlare ero stanchissimo, ma sarei potuto andare avanti almeno per un altro paio d’ore. Ero talmente disidratato che non andai nemmeno in bagno.
Contestavate il fermo di polizia. Il decreto Sicurezza in discussione ora introduce un fermo preventivo di 12 ore prima delle manifestazioni...
Di una gravità assoluta. Trovo folle pensare che dopo decenni si torni a una norma dove si ferma qualcuno non perché ha commesso un reato, ma perché si pensa che potrebbe farlo. A quanto ricordo io era durante il fascismo che quando Mussolini si spostava in una città si fermavano tutti gli antifascisti per qualche ora e poi si liberavano quando era ripartito. E per capirlo basta vedere come finì la vicenda dell’81.
Dica...
Nonostante l’ostruzionismo approvarono il decreto, ma avevamo suonato un campanello d’allarme nell’opinione pubblica. L’anno dopo tutti pensavano che sarebbe stato prorogato di nuovo: al Viminale c’era sempre Rognoni e le Br a dicembre avevano sequestrato il generale americano Dozier, che fu ritrovato solo a fine gennaio ‘82. Invece Rognoni mi avvicinò in Transatlantico e mi disse: “Marco, avevi ragione tu. Il fermo è una norma sbagliata e anche inutile alle indagini, ce ne siamo resi conto. È un momento difficile, se non canti vittoria noi non lo rinnoviamo”. Io allora non dissi nulla e nel silenzio generale il fermo sparì. Anche i governi di allora erano consapevoli della gravità della norma, che non a caso avevano reso temporanea. Le altre norme invece rimasero in vigore.
Torniamo all’ostruzionismo. Il decreto attuale corre contro il tempo: cosa suggerisce alle opposizioni?
Il regolamento è cambiato e hanno strumenti più limitati, ma ci sono: ordini del giorno, richiami al regolamento, interventi. La presidenza della Camera ha la possibilità di limitare la durata degli interventi, dando pochi minuti a testa. È molto difficile, ma la possibilità di far saltare il decreto comunque c’è, e vale assolutamente la pena provare a farlo. E poi noi facemmo la battaglia in 18: loro sono centinaia tra tutte le opposizioni. Ascoltando gli interventi della maggioranza in Senato ho dedotto una gigantesca ignoranza giuridica e costituzionale. Gli stessi che si professavano garantisti, soprattutto durante il referendum, e ora augurano di togliere di mezzo qualcuno prima di una manifestazione. Mi auguro che in caso di approvazione alla prima occasione utile la Corte costituzionale lo bocci.











