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di Lorenzo Bandera*

Corriere della Sera, 7 giugno 2026

Per la prima volta la Commissione Ue si impegna formalmente su un tema tradizionalmente di competenza degli Stati. Ma nella Strategia si invitano gli Stati membri a “mobilitare in modo più efficace i finanziamenti pubblici e privati”, e qui sta il problema: un taglio delle risorse pubbliche non può essere compensato da quelle private, soprattutto nel campo della povertà. Con la Strategia anti-povertà presentata a maggio, per la prima volta la Commissione Ue si impegna formalmente su un tema tradizionalmente di competenza degli Stati. La situazione richiede infatti interventi di ampio respiro, coordinati e ambiziosi, su cui l’Ue vuole giocare un ruolo chiave.

L’obiettivo primario è ridurre di 15 milioni le persone economicamente vulnerabili (93 milioni) prima del 2030. Per raggiungerlo la Strategia indica interventi specifici per fasce di età, definisce le sfide che aggravano la povertà su cui lavorare orizzontalmente e delinea una nuova struttura per governance, gestione fondi e monitoraggio dei progressi. La società civile ha accolto con favore le scelte. Per Caritas Europe si riconosce finalmente che la povertà “può essere sconfitta, ma non può essere affrontata in modo frammentato”, mentre l’European Anti Poverty Network sottolinea come tenere insieme prevenzione, programmazione e coordinamento tra Stati sia “un passo essenziale verso l’eradicazione”.

Ma accanto agli apprezzamenti di principio non mancano le preoccupazioni, legate soprattutto alle risorse. Nella Strategia si invitano gli Stati membri a “mobilitare in modo più efficace i finanziamenti pubblici e privati”. Una formula diplomatica che, tradotta, significa due cose. La prima: gli attuali fondi Ue - in primis i 139 miliardi di euro del Fondo Sociale Europeo Plus - non vengono spesi bene. La seconda è che il ruolo degli attori del secondo welfare viene riconosciuto e incoraggiato per integrare l’azione delle istituzioni nazionali. Ma guardando al futuro il rischio di distorsioni è alto. Un netto arretramento delle risorse pubbliche non potrebbe essere compensato da quelle private, soprattutto nel campo della povertà dove la capacità di co-partecipazione alle spese è quasi nulla. In questo senso, il vero banco di prova sarà il bilancio in discussione 2028-2034. In termini tecnici si chiama QFP, Quadro Finanziario Pluriennale, e la proposta al centro delle trattative prevede più fondi per difesa e competitività e meno per politica di coesione e investimenti sociali. Nonostante l’introduzione di soglie minime per questi due voci, il rischio è che, dal 2028, molti Paesi - con l’Italia in testa - si ritrovino con minori risorse per le regioni meno sviluppate e la popolazione più debole.

Caritas ha sottolineato che mettere in secondo piano l’inclusione sociale “minerebbe la finalità stessa della Strategia” mentre Epan ha parlato di “divario tra le ambizioni dichiarate e le priorità politiche più ampie”. Siamo quindi di fronte a un paradosso: l’Unione Europea per la prima volta interviene in modo sistemico sulla povertà lanciando una Strategia ambiziosa ma, al contempo, discute un bilancio che la svuoterebbe delle risorse fondamentali per raggiungere gli obiettivi. Il rischio è di adottare l’andatura del gambero: un passo avanti e due (o più) indietro. Che non possiamo permetterci.

*Direttore editoriale Percorsi di Secondo Welfare