di Tiziana Maiolo
Il Dubbio, 12 agosto 2026
Che cosa succederà il prossimo 17 giugno, e poi in quelli degli anni a venire, quando si ricorderà la storia di Enzo Tortora e, con la sua, quella delle tante vittime di errori giudiziari? Il fatto che il Parlamento abbia istituito la giornata celebrativa proprio nella data della vergogna, quella delle manette e della sfilata coatta del presentatore davanti alle telecamere, ci dice già da sé quanto forte e ampio sia il significato di “errore”. In quella giornata, nelle tante ricorrenze che celebreranno il ricordo di una persona per bene che fu spacciata per camorrista come ciliegina sulla torta a santificare la credibilità di un’inchiesta con centinaia di arrestati, si parlerà di giustizia. Di processo, di carcere, di gogna, di responsabilità dei magistrati.
Se così sarà, ma così dovrebbe essere, si capisce molto bene la diffidenza della magistratura associata con i suoi simpatizzanti, dentro e fuori dal Parlamento, per quell’iniziativa. Perché è lo stesso corpo di Enzo Tortora, a parlare. A dirci il senso di quelle manette. Che sono simbolo di carcere senza processo, di una custodia cautelare del tutto fuori dalle regole. Ma anche della necessità, tramite la “cattura” di un personaggio famoso, di rendere visibili e prestigiosi gli stessi magistrati, pm e giudici, che quella cattura hanno voluto e attuato. E poi, in quel caso specifico, la scena da film su Alcatraz di quella sfilata, l’arrestato prelevato all’alba in albergo, la faccia stupita da chi è stato ammanettato mentre veniva buttato giù dal letto, e la passerella obbligata tra due fila di telecamere e giornalisti opportunamente convocati. C’è tutto in quelle immagini. Quante volte le abbiamo riviste anche in seguito, per esempio nella Calabria da smontare e ricostruire come un Lego del procuratore Nicola Gratteri?
Il primo “errore” è quello che si annida all’interno di un certo modo di condurre le indagini preliminari. Potremmo sostituire il termine di errore con quello di sciatteria, piuttosto che di pigrizia. La prima è quella del pm, la seconda riguarda prevalentemente il gip, come ha descritto molto bene Antonio Di Pietro nella presentazione della campagna referendaria per il Si. Se io sono un gip, aveva immaginato, e mi ritrovo con richieste di custodia cautelare o di rinvio a giudizio motivate da migliaia di pagine, che cosa faccio? Non ho voglia di leggere, quindi accolgo le richieste, e penso che tanto se sono infondate ci penseranno i giudici del processo di primo grado a rendere giustizia.
Chissà se questo ragionamento fu alla base del comportamento di chi rinviò a giudizio Tortora, tanto più che si era ancora in regime di sistema inquisitorio del processo penale, nel 1983. Una cosa è certa, tutti quei magistrati, pm e giudici che portarono l’imputato fino alla condanna di primo grado, fecero brillanti carriere. Nessuno di loro fu sanzionato per gli “errori” commessi. Pigrizia di alcuni e magari esibizionismo di altri? Di sciatteria potremmo parlare in un caso recente, che riguarda l’immunità parlamentare dell’ex sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro. È “errore” presentare, come ha fatto la Procura di Roma con il suo capo Francesco Lo Voi, una richiesta generica che pare invitare alla pesca a strascico nel mare magnum del contenuto di uno smartphone? O eccesso di sicurezza di una magistratura consapevole del proprio potere?
L’ex procuratore di Milano Edmondo Bruti Liberati, in un articolo sulla Stampa, liquida l’episodio Delmastro come “fatto privato” che non dovrebbe riguardare l’immunità di un parlamentare. Altri lamentano l’assenza del fumus persecutionis della Procura nei confronti del deputato, che tra l’altro non è neppure indagato. Ma nessuno dei commentatori che indossi la toga di magistrato o ne sia simpatizzante ricorda i principi di necessità e determinatezza che non dovrebbero mai mancare sulla tavola imbandita della giustizia.
Ma è un fatto, la reazione culturale automatica che segue ogni riforma, e ora persino l’istituzione di una giornata commemorativa, da parte della magistratura. Sia Bruti Liberati, che parte da un bilancio sull’attività riformatrice del governo Meloni, che un altro magistrato, Alberto Iannuzzi sul Fatto, colgono l’occasione per gettare lo sguardo sul problema delle intercettazioni. L’ex procuratore di Milano, che per cultura dovrebbe avere in orrore qualunque interferenza sulla genuinità del processo, dove la prova, nel sistema accusatorio, si deve formare in aula, si allinea senza rossore sulla proposta del procuratore nazionale Antimafia di estendere ai processi per corruzione la possibilità, già prevista per i reati di mafia e terrorismo, che un fascicolo esterno alla causa entri nell’aula dalla finestra. Magari in compagnia di qualche dichiarazione di “pentito” raccolta altrove, aggiungiamo noi. Fa anche l’esempio di chi cattura un pesce grande con in bocca il pesce piccolo: che ne facciamo, lo buttiamo a mare, il piccolino? Ma non è così, si tratta proprio di due pesci diversi, o magari uno dei due è un mostro marino, che diventa tale quando fa l’ospite indesiderato.
Il magistrato Iannuzzi non la pensa diversamente. Parte dal caso Tortora per manifestare apprezzamento rispetto alle garanzie riservate dal legislatore all’imputato. Con un ma grande come un grattacielo, però. “Il problema nasce - scrive - quando il caso Tortora viene evocato come giustificazione per pretendere un continuo e ingiustificato ampliamento di garanzie difensive”. E ci risiamo con le intercettazioni, che paiono diventate, nella mente di tanti magistrati, più che uno strumento di indagine, quasi la sostanza della stessa prova.
C’è anche un elemento moralistico e di diffidenza nei confronti del mondo politico e della pubblica amministrazione, in questo continuo raffrontare per esempio la corruzione di un assessore con la tipologia dei reati legati al terrorismo e alla criminalità organizzata, cioè in gran parte reati contro la persona, oltre che di tipo patrimoniale. Anche questo tipo di cultura, di mentalità, è spesso alla base di una parte dei tanti “errori” giudiziari di cui si parlerà il prossimo 17 giugno, e tutti quelli a venire.










