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di Angelo Carotenuto

La Repubblica, 12 marzo 2022

In una nuova serie tv Luca Zingaretti è l’inquietante direttore di un carcere: “Non ne posso più del politicamente corretto, sono i personaggi storti quelli più interessanti”. E il buon Montalbano? “Non credo lo rivedremo”.

Roma. Un giorno bisognerebbe poterli aprire tutti, quei taccuini, aprirli e sfogliarli uno per uno. Luca Zingaretti li tiene allineati sull’ultimo scaffale della libreria, nel suo studio, in cima a mensole che portano etichette in nastro adesivo per l’ordine dei volumi. Qui c’è la storia contemporanea, di fianco la filosofia, in alto le pagine private della sua personale frantumaglia, i pensieri raccolti durante la preparazione dei tanti personaggi interpretati. “Ne porto sempre uno con me. Me lo ha insegnato durante l’accademia Sergio Graziani, un attore doppiatore. Scrivo in continuazione. Impressioni, pensieri, epifanie che arrivano. Se non appunti, perdi tutto. Quando fissi qualcosa su carta, la porti alla coscienza e non se ne va più. Aggiungi soluzioni a una specie di computer interiore e quando meno te lo aspetti, sbuca una risposta a una domanda”.

Dentro quelle pagine, sono raccolte le molte maschere diverse portate al cinema e a teatro da un attore che ha molto sperimentato lontano dalle attenzioni della folla, passato da Cechov e Shakespeare, ma nella nostra testa scolpito con la faccia del commissario italiano più famoso. Quando tra una settimana arriverà su Sky con la prima stagione della serie Il Re, sarà fatale misurare la distanza che esiste tra l’eroe Montalbano e questo nuovo ruolo, Bruno Testori, direttore di un carcere di sicurezza con una sua inquietudine morale, un taglio obliquo negli occhi, un accento che non è quello di Vigata. Un malvagio, si direbbe nel linguaggio schematico del drama, con una interpretazione sua della giustizia. Un cambiamento di segno per Zingaretti, una sfida.

“A me premeva raccontare un uomo che è facile definire cattivo e che in realtà si è perso. Una specie di colonnello Kurtz, andato in missione e disorientato. Non sa più distinguere una linea di demarcazione. È partito pensando di essere nel giusto e in questo suo delirio di onnipotenza ha perso ogni misura, si sente un quarto grado di giudizio. È un tema che mi sta a cuore. Avevo comprato i diritti del libro di Elvio Fassone, Fine pena: ora. Una riflessione sulle carceri in Italia e sulla detenzione. Non sono riuscito a farne un film. Spero siamo riusciti a far passare l’idea che il Bene e il Male non sono sempre così nettamente separati”.

Bruno è un personaggio di sfumature e distinguo. Non teme il politicamente corretto?

“Sono curioso di vedere come sarà accolto. Non se ne può più del politicamente corretto. Ci stiamo incartando. C’è sempre qualcuno che si offende o che trova da ridire per qualcosa. È giusto porre più attenzione su tutto, non è possibile che non ci si possa esprimere più su nulla. Non raccontiamo un cattivo con cui identificarsi. Bruno non è un malvagio affascinante. È un uomo in crisi insieme al quale il pubblico si domanda: che avrei fatto io nei suoi panni?”.

Possiamo accostarlo al sindaco del Rione Sanità di Eduardo?

“Letteratura, cinema, drammaturgia hanno raccontato ogni tanto personaggi che hanno voglia di contemplare le eccezioni. Nessun codice riesce a esaurire ogni possibile gradazione della vita. Il problema è che c’è gente per la quale la sfumatura non deve essere contemplata, altri hanno la presunzione di ritenere che se non viene contemplata, allora è sbagliata la regola. Anche Montalbano aveva in fondo una sua esigenza di non assuefarsi. Sa come si regola la scienza? Con la teoria della relatività, Einstein spiega il mondo nell’infinitamente grande, mentre la teoria quantistica nell’infinitamente piccolo. Sono incompatibili, eppure tutt’e due funzionano. Una regola scientifica è perciò valida quando riesce a racchiudere dentro di sé il più alto numero di fenomeni, ma non è la perfezione. Qualcosa sfugge sempre”.

E alla giustizia cosa sfugge?

“Dopo vent’anni un uomo non è più la stessa persona che aveva commesso il crimine. Bruno Testori dice alla pm “Alla sua legge non credo più”, perché non è stata in grado di considerare tutte le tonalità dell’agire umano. Ho parlato con giuristi, ho visitato prigioni, ho parlato con chi il carcere l’ha vissuto, compresi un paio di colleghi attori che hanno fatto l’esperienza di vedersi togliere un pezzo di vita per una colpa. Quello che ho capito è che chi non l’ha abitato ha un’idea monca di un luogo che è di grande sofferenza, di dolore, ma anche di esperienze di comunanza irripetibili all’esterno”.

Pose, espressioni, voce: dove le ha trovate? Aveva un modello?

“Quando ho cominciato a girare, non mi era tutto chiaro. Al secondo giorno delle riprese, sono risultato positivo al Covid. Ho trascorso una settimana a casa e una in ospedale, molto dura, non dico fisicamente. Ero provato dal pensiero del set fermo, mi sentivo in colpa, ma in ospedale ho capito il personaggio: era un uomo trasportato da un’altra parte. Ho usato allora il tono di voce di chi l’ha persa per un conflitto interiore, di gola, sofferta, piena di fatica, come la postura racchiusa”.

Un anti-Montalbano. Quanto è stato difficile liberarsi di quella maschera?

“Sarò stato incosciente, ma non è una questione che mi sono mai posto. Non credo che Montalbano si ripeterà più, ma lo sono stato per due mesi all’anno, al massimo tre, e non tutti gli anni. Ho sempre fatto anche altro, sebbene da un punto di vista mediatico fosse più potente la carriera tv. Dissi basta nel 2008 perché anche Camilleri sosteneva la necessità di uscire tra gli applausi, andarsene prima di aver stufato. Tornai perché mi mancava il personaggio e volevo vederlo evolvere. Non penso di aver ripetuto per vent’anni lo stesso Montalbano. Ora c’è altro. Sto coronando il sogno di scrivere il mio primo film da regista. Una storia di rinascita, di quelle che al cinema mi commuovono. Mi piacciono le uscite dal tunnel, le storie di chi ha preso botte, vede una luce e si domanda se riuscirà a raggiungerla. Penso a Le ali della libertà, La vita è meravigliosa, American Beauty. Non credo che avrò un ruolo. Magari posso essere come il salame nelle strisce di Jacovitti”.

Sono più affascinanti i puri o i mascalzoni?

“Mi viene da dire: ha più gusto una minestrina al brodo vegetale o le salsicce? I personaggi storti, con molti chiaroscuri, sono più interessanti. Se il cattivo deve fare la faccia feroce e dire grrr, è molto poco attraente. Sono affascinanti i personaggi scritti bene. Io ho iniziato facendo un Riina ante litteram nella Piovra 8, un uomo terribile nel Branco di Risi per mostrare l’inconsapevolezza del Male, un altro mefistofelico in Vite strozzate di Ricky Tognazzi. E dopo, molti personaggi positivi. Ma è stato un caso”.

Una volta si parlò di lei per interpretare Mussolini. Un attore pensa mai di rifiutare un ruolo perché è negativo?

“Un attore può ragionare così, certo, ma io Mussolini lo farei domani. Perché è un personaggio storico, con un tema rimosso per anni. Due ruoli li ho rifiutati perché non me la sentivo di immergermi in quel clima. Non sto parlando di metodo Stanislavskij, non è che se interpreti San Giuseppe devi vedere la Madonna. Ma devi entrare dentro un mondo e quando mi proposero di fare un pedofilo, non me la sentii. Dopo una settimana, mi tirai indietro. C’era una scena in cui saliva una ragazzina in macchina, e ancora adesso non riesco a parlarne. Una seconda volta ho detto no a un essere assai spregevole in un film molto importante. Ma Mussolini sarebbe un personaggio pazzesco dal quale far emergere debolezze, risvolti psicologici, bassezze, intuizioni. Una figura da destoricizzare e trattare come un essere umano. Un attore non è un giudice, ma un analista che cerca di comprendere”.

È l’eredità dei suoi studi di Psicologia?

“Quando sono uscito dall’Accademia di Arte drammatica, la vita in teatro era faticosa. Le tournée più brevi duravano sei mesi, quelle lunghe anche nove, spesso in alberghi non di prima scelta, la paga era quella di un giovane attore e i ruoli pure. Adesso li benedico. Stare fermo quattro ore sul palco per fare un alabardiere, senza dire una parola, è stata una palestra. O ti spari in camerino, o ti metti a guardare come il protagonista risolve le sue battute, e allora rubi rubi rubi. Quando arriva il giorno della prima battuta, te la godi. All’epoca mi soddisfaceva poco. Mi chiesi cosa mi sarebbe piaciuto, mi sono iscritto a Psicologia e ho iniziato un percorso di psicoterapia. Molto istruttivo, divertente. Oggi mi è utilissimo”.

Anche per convivere con la popolarità?

“Dal droghiere non mi riconoscevano prima dei 37 anni, in tarda età, quando tanti la carriera l’hanno già fatta. Se sei stato l’alabardiere e nel frattempo hai fatto un buon uso della tua vita, la popolarità la gestisci meglio. Casomai il problema è l’invadenza. Due volte mi sono arrabbiato davvero, quando a Milano spaventarono mia figlia e quando sono uscito dall’ospedale. Passeggiavo con mia moglie, ero dimagrito di dieci chili, barcollavo: mi sono trovato nove paparazzi sotto casa. Dopo ho capito. Se vengono è perché il pubblico vuole sapere come stai e lo devi accettare”.

E come si proteggono due bambine da un cognome come il suo?

“Hanno un padre attore e una madre attrice, ma siamo persone con una vita normale e con gli amici di sempre. Ogni tanto magari le senti dire: perché non diciamo a zio Nicola che in quella strada ci sta l’immondizia? Sono figlie serene perché lo siamo noi. Credo che non abbiamo mai dato loro l’impressione di essere dei privilegiati. Piedi per terra. Sempre. Luisa dice che ho la sindrome di pane e mortadella. Penso che esista una buona dose di fortuna a nascere in un certo posto. Io sono cresciuto nella Magliana anni 70, i miei ci hanno dato valori profondi. Se fossi nato in Africa, avrei avuto una vita più difficile”.