TV Sorrisi e Canzoni, 8 marzo 2022
“Questa fiction vuole dimostrare che nessuno di noi è completamente buono o cattivo. Che progetti ho dopo Montalbano? Teatro, regia e...”. Luca Zingaretti debutta su Sky nei panni di un re, ma senza corona né mantello.
“Il re”, dal 18 marzo su Sky Atlantic e in streaming su Now, non è un fantasy o un dramma storico, bensì il primo “prison drama” prodotto in Italia. Questo re di Zingaretti è Bruno Testori, controverso direttore del San Michele, un carcere di frontiera. Sovrano assoluto di una struttura in cui le leggi dello Stato non valgono, perché il bene e il male dipendono unicamente dal suo giudizio.
Zingaretti, stavolta il suo personaggio non è proprio “perbene”...
“Sì, anche se io non sono così netto nel giudizio. Mi sono sempre dato la regola di non giudicare i personaggi che interpreto. Io devo cercare di coglierne le sfumature, l’umanità, i conflitti. E in questo Testori è un personaggio straordinario. Una sfida per un attore. La bellezza di questa serie, secondo me, sta proprio nel tentativo di scansare i cliché: in fondo nessuno di noi è completamente buono o cattivo”.
Qui il protagonista fa anche cose spregevoli...
“Certo. Ma Bruno è uno che, a modo suo, è convinto di stare nel giusto. È chiamato a fare il lavoro sporco che la società gli chiede e che nessuno vuole fare. Lui interpreta il suo ruolo con le regole che lui stesso ha stabilito. La domanda che dobbiamo porci è: “Come ci comporteremmo al suo posto?”“.
Un personaggio scivoloso... credendo di stare nel giusto si possono compiere nefandezze...
“Lo è eccome. Per questo è un ruolo così difficile e impegnativo. Ma se una fiction riesce a porre interrogativi e a generare discussioni su argomenti come questo, ha già fatto centro. Però è anche il tentativo di fare una serie in una maniera diversa. Per costruire il personaggio ho avuto la fortuna di lavorare con attori ex carcerati: oltre ad aiutarci nell’essere verosimili, mi hanno raccontato come funziona la vita lì dentro. Alla fine l’idea che tutti abbiamo del carcere è molto diversa dalla realtà, influenzata dal cinema e dai libri. La verità sul carcere la comprendi solo quando varchi quei cancelli”.
Il realismo non è un frequentatore abituale delle nostre fiction. Non teme la reazione del mondo penitenziario?
“Francamente spero, e credo, che non ci sarà, perché tutti abbiamo lavorato con molto rigore nel tentativo di raccontare un mondo complesso, che ha molte sfaccettature e purtroppo non tutte gradevoli da vedere. Se qualcuno poi si offenderà pazienza, ma sono certo che in quello che abbiamo girato rivedrà la realtà che lo circonda”.
È una serie che si conclude o può continuare?
“Diciamo che ha tutte le caratteristiche per continuare. E da quello che si sente dire in giro, pare che sia piaciuta molto. Stiamo a vedere...”.
Montalbano ha avuto grande visibilità nel mondo. Non ha mai pensato di fare il grande salto?
“Vede, gli attori di Almodóvar sono tutti andati a Hollywood perché in quel mercato c’era bisogno di attori latini. Per noi italiani è sempre stato diverso. In fondo, prima di “Gomorra” s’era visto solo Montalbano. Le occasioni ci sono state, e la tentazione pure”.










