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di Vincenzo Pardini

La Nazione, 12 luglio 2026

Gli anni che passano, non è detto cancellino i problemi che si portano dietro, anzi, se nessuna precisa volontà interviene per risolverli, li accentuano. Ne è esempio il carcere di S. Giorgio, di cui troppo poco si parla, nonostante, oltre essere un luogo di pena ordinaria, dovuta appunto alla detenzione, lo è anche di sofferenza insolita, per situazioni soprattutto strutturali subordinate alle sue condizioni obsolete, che richiederebbero adeguate migliorie. Invece niente. Tanto che anche in questa estate si è ripresentata la stessa difficoltà con la quale i detenuti convivono da anni: la grande calura che imperversa nelle celle, peraltro pure scarsamente areate e, non bastasse, sovraffollate.

Infatti, San Giorgio è il carcere più accalcato d’Italia, dove si trovano 97 ospiti, di cui 60 in sovrannumero. Ne conviene che la vita in tali restrizioni sia veramente dura, diciamo pure disumana. Critichiamo le case di pena straniere, ma le nostre non sono da meno, se non peggiori, dal momento che, in tempo di calura, si lasciano i detenuti nelle condizioni di cui sopra, benché l’articolo 27 della Costituzione, cui ci siamo in altre occasioni appellati, reciti, tra l’altro, che “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”.

Articolo, almeno nel nostro caso, palesemente disatteso. Ma i disagi in cui si trovano gli ospiti di S. Giorgio, non sembrano aver sollecitato nessuna sensibilità politica e religiosa. Si lascia che l’estate scorra, meglio se tra vacanze e aria condizionata. Non andava così nel passato. Le nuove generazioni sono meno solidali verso i sofferenti rispetto ai loro predecessori. Quasi gli fosse andato perduto il vocabolario delle buone intenzioni e dei buoni sentimenti. Così ognuno vive solo per se stesso, ignorando il prossimo.