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di Jacopo Storni

Corriere Fiorentino, 17 luglio 2026

Dopo il suicidio del 23enne, trovato senza vita un altro detenuto nell’istituto più sovraffollato d’Italia. Due decessi in 24 ore dentro il carcere di Lucca, il più sovraffollato d’Italia con un tasso del 240%. Mercoledì si è tolto la vita un recluso del Bangladesh, 23 anni, impiccandosi all’interno della sua cella. Ieri matti

na è stato trovato senza vita un detenuto di nazionalità marocchina di 35 anni. Era entrato nell’istituto penitenziario il 19 maggio per tentato furto aggravato, sulle cause della sua morte si indaga in queste ore.

Il detenuto divideva la cella con altri due compagni. Mercoledì, intorno alle 23, i tre avrebbero bevuto insieme un caffè dopo aver assistito alla partita Argentina-Inghilterra, poi avrebbero pregato e sarebbero andati a letto. Ieri mattina, durante il giro per la distribuzione della terapia, il personale sanitario e un agente della polizia penitenziaria hanno notato che il detenuto non rispondeva ai richiami.

Entrati nella cella, hanno immediatamente avviato le manovre di soccorso, ma l’uomo era già deceduto, verosimilmente da ore. Saranno gli esami disposti dall’autorità giudiziaria a chiarire con precisione le cause della morte e la dinamica dell’accaduto.

“Non si può morire così in carcere, un luogo che dovrebbe garantire sicurezza e rieducazione e invece provoca morte - commenta Eleuterio Grieco, segretario regionale della Uil Penitenziari - Deve essere fatta luce prima possibile sulle cause che hanno portato alla morte di questo giovane recluso di 35 anni”. Sul tema carceri, sono stati depositati tre esposti alle tre Asl della Toscana per sapere quali siano le condizioni igienico sanitarie all’interno degli istituti penitenziari della regione, soprattutto in questo periodo di pressione a causa del trasferimento di circa duecento detenuti da Sollicciano, dove sono state sequestrate sette sezioni, verso altri istituti. A presentarli è stato il consigliere regionale di Casa Riformista e vicepresidente della commissione sanità Federico Eligi, che ha spiegato di aver “dato 20 giorni di tempo per una risposta, perché vogliamo intervenire subito e capire se sono garantiti ai reclusi i livelli minimi di assistenza”. Nello specifico, è scritto nell’esposto, le Asl “accertino le condizioni igienico-sanitarie delle celle, degli spazi comuni, delle cucine, delle infermerie e degli altri ambienti destinati alla permanenza delle persone detenute; verifichino l’eventuale sussistenza di situazioni di sovraffollamento negli istituti di competenza, accertandone gli effetti sulla tutela della salute delle persone detenute, sulle condizioni igienico-sanitarie degli ambienti e sulla qualità dell’assistenza sanitaria erogata; accertino l’eventuale presenza di situazioni di rischio sanitario o ambientale per le persone detenute, per gli operatori sanitari, per il personale di Polizia Penitenziaria, per il personale amministrativo e per i volontari che operano negli istituti”.

Sul tema anche la presidente del Consiglio regionale Stefania Saccardi, intervenuta a un convegno in ricordo di Alessandro Margara a dieci anni dalla scomparsa: “Le condizioni delle nostre carceri ci interrogano ogni giorno sulla capacità dello Stato di dare piena attuazione ai principi della Costituzione”. Secondo il garante regionale dei detenuti Giuseppe Fanfani, “bisognerebbe aprire al popolo le carceri, che la gente venisse a vedere. Basterebbe entrare una sola volta in una cella per rendersi conto di quanto si possa essere ingiusti anche nei confronti di quelli che hanno sbagliato. Anche se hanno sbagliato molto, sia chiaro. Io non mi fido della retorica della politica. In certe condizioni la politica è inevitabile che reagisca con atteggiamenti pieni sì di retorica: se la gente avesse la possibilità di vedere” quei luoghi “di persona si renderebbe conto anche della vacuità di questi interventi”.

“La scelta del Governo è quella di aggravare le pene, approvare decreti sicurezza - ha aggiunto Franco Corleone, già garante dei detenuti - L’ultima ciliegina è quella di pensare agli “agenti provocatori”. Le misure alternative sono la chiave di volta, il problema del carcere non solo i muri ma sono le relazioni interne, bisogna costruire prospettive di studio e lavoro”.