di Vincenzo Pardini
La Nazione, 31 maggio 2026
Sono anni che i politici parlano di voler riformare il sistema penitenziario. Ma, siccome niente avviene di quanto promettono, le carceri sono divenute una delle peggiori piaghe del nostro paese. Dal 22° Rapporto di Antigone emerge che la casa circondariale di Lucca, San Giorgio, è la peggiore di molte altre. Infatti, crediamo sia doveroso osservare che, destinata a carcere dal 1815, le migliorie apportategli sono sempre state poche, rispetto alle innovazioni che avrebbe dovuto avere, indispensabili anche per applicare nel suo specifico significato l’articolo 27 della Costituzione, il quale recita, tra l’altro, “che le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”.
Belle parole sulla carta, ma difficili, per vari motivi, da mettere in pratica. Tra cui quello di pensare che al detenuto spetti solo la punizione, senza cercare di capire i motivi che l’hanno indotto a delinquere e, di conseguenza, a finire dietro le sbarre. Dove, spesso, accade che il presunto criminale, a seguito di indagini e ricorsi, risulti innocente. Ma tralasciamo questi aspetti di carattere giuridico e addentriamoci nell’animo di chi sta scontando una pena. La quale non dovrebbe mai esser afflittiva ma, semmai, indurlo a prendere coscienza di se stesso, fino a ritrovare o a scoprire quei valori e quei principi che aveva volutamente o meno tralasciato. Chi ha avuto modo di incontrare i detenuti in un carcere, la loro maggioranza gli ha espresso il desiderio di poter lavorare. Cosa che per alcuni avviene, ma non nella maniera estesa come dovrebbe. Tutto perché ci vorrebbero carceri all’avanguardia, una sorta di cittadelle in cui ognuno potesse impegnarsi. Compito che spetta ai politici, ma non a parole.










