di Corrado Zunino
La Repubblica, 19 giugno 2022
Piccole e medie imprese chiuse, difficoltà nell’agricoltura, stipendi privati tagliati del 25-50 per cento. La guerra al quarto mese si trasforma in carestia e colpisce anche gli ex benestanti. Malattie al Sud-Est. Il direttore della Caritas nazionale: “Non riusciamo ad arrivare nei villaggi periferici”.
La povertà a dodici chilometri dal fronte zero - le trincee dove i soldati ucraini si interrano e dentro le quali gli elicotteri russi sparano - è Natalya, un’età sui cinquanta. È seduta in fondo agli scalini che portano al palazzone popolare di Bakhmut, salda architettura sovietica. Guarda il vuoto e accetta l’elemosina, perché adesso non ha altro a cui affidarsi. “Vivo qui sopra”, dice, e indica il terzo piano, “vivo sola”.
Ha dovuto lasciare tutto, in questa città. Il lavoro è scomparso il giorno dopo l’invasione. “Un mese e sono andata via, con un corridoio umanitario. Ho raggiunto i miei parenti a Dnipro. Mi hanno accolto bene, ma sono bastati pochi giorni per sentirmi un peso. Non è che se la passassero granché. Mia sorella, i suoi figli. Avevano i loro problemi e ho deciso di tornare. No, non mi fanno paura le bombe, ma questa vita senza un senso che non sai quando finirà”.
Davanti a lei i due chioschi kebab rimasti aperti sono il rifornimento per i soldati che si muovono rapidi dalla trincea al centro di Bakhmut. Arrivano con auto private colorate di fango, altre scapottate con soldati tatuati che sbucano fuori come eroi di “Mad Max”: la trap ucraina ritma versi nazionalisti, si rifocillano in piedi e ripartono verso i boschi. Già, i soldati. Sono tra i pochi con lo stipendio assicurato, in questa stagione di guerra: il loro mensile, adeguato, è garantito dai finanziamenti americani. E può respirare chi fa quei mestieri direttamente collegati al conflitto, medici, barellieri. I volontari dedicati ai rifugiati hanno iniziato ad essere pagati. Per gli altri le parole di ieri della ministra delle Politiche sociali, Marina Lazebna, sono state un gelo: “A giugno centinaia di migliaia di cittadini ucraini non riceveranno la pensione e i benefici sociali”.
Si riferisce a coloro che vivono nei territori occupati e nelle zone di guerra, a Sud e a Est. Nelle cinque regioni che corrispondono alla descrizione risiedevano più di undici milioni di persone. Gran parte sono fuggite, ma almeno la metà rischia, dalla fine del mese, di non avere i soldi per il pane.
L’inflazione, che in Italia è cresciuta, qui galoppa al 16,7 per cento. Il cambio della moneta locale - grivnia - con l’euro è a quota 32 allo sportello, a 38 in strada. Il prezzo della benzina si è alzato e continua ad aumentare: 41 per litro a Kiev, 51 nel Donbass. Ci sono file di mezzo chilometro per rifornirsi. I prezzi dei beni di prima necessità sono il doppio. La Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo si è già corretta nelle stime del crollo del prodotto interno loro: la previsione del Pil era meno 20 per cento a inizio aprile, con un rimbalzo del 23 per cento se si fosse raggiunta una tregua a maggio. Ora, con una prossima tregua neppure immaginata, la stima è meno 45,1 per cento e il rimbalzo non ci sarà. La Nato dice che nel 2023 il conflitto ci sarà ancora.
Ma di che pensioni parla, la ministra del Welfare? Un insegnante con venti anni di servizio a Kiev prende un corrispettivo di 300 euro il mese, e siamo sopra la media dei vitalizi ucraini. Dall’invasione i salari interni dei lavoratori privati sono crollati del 25-50 per cento. La Banca nazionale dell’Ucraina ha scritto: “Molte compagnie non sono in grado di pagare gli stipendi di prima”. Il mercato del lavoro è ampiamente sotto lo zero: “È collassato”, si legge nei report degli osservatori economici. Cinque milioni di persone hanno perso il lavoro, conteggio tutto da aggiornare, 7,3 milioni hanno lasciato il Paese, 16 milioni sono dentro un percorso umanitario.
La Banca Mondiale ha appena approvato un finanziamento aggiuntivo per contribuire al pagamento dei salari dei lavoratori statali e sociali: il sostegno complessivo promesso è di oltre 4 miliardi di dollari. Le garanzie arrivano da Gran Bretagna, Paesi Bassi, Lituania e Lettonia. Il Canada ha trasferito 773 milioni di dollari. L’export di grano e di metalli è quasi fermo. Una delle ragioni per cui la battaglia per il controllo dell’area meridionale del Donbass è così feroce è la presenza nella terra di ferro, uranio, zirconio, litio, uranio, titanio. Tutto è fermo, ovviamente: estrazione e vendita. E diverse miniere sono già in mano nemica.
Alla fine del 2020 diciannove milioni di cittadini ucraini erano considerati poveri (su quarantaquattro milioni di residenti). Una guerra a lungo tempo porterà il 90 per cento di chi vive qui sotto la soglia di povertà, che è tarata su 5,5 dollari disponibili ogni giorno. Anche la Russia si sta impoverendo, l’Ucraina di più e più rapidamente. Le aziende che avevano contratti con la Federazione russa e la Bielorussia prima del conflitto, sono state subito colpite. E così le piccole e medie imprese, messe in mora dalle banche e affaticate nel trasporto delle merci da strade già terribili a cui la cura Zelensky in tempo di pace non è bastata. I solchi dei carri armati hanno reso fragile l’asfalto delle arterie e tutte le vie minori sono ancora di terra e fango.
“A Slovjansk non abbiamo acqua pulita”, dicono i pensionati al supermercato della chiesa di riferimento. Ogni acquisto è limitato: tre alimenti, quattro, si esce dal market con un sacchetto pieno a metà e soprattutto sono bottiglie d’acqua. L’Ucraina era già un’area depressa prima, causa l’instabilità del processo di creazione di una democrazia post-sovietica. Il confitto a Est, iniziato nel 2014, ha pesato su tutti e trasformato il territorio più ricco del Paese, il Donbass appunto, in una regione di relazioni umane e commerciali limitate. Dal 24 febbraio, in un deserto di possibilità.
Eppure c’è chi torna anche qui, sono i rifugiati che non possono permettersi gli affiti di Leopoli e neppure quel di Dnipro. Dopo una prima fase di accoglienza larga, ogni città ha iniziato a fare i conti con i propri problemi e, fuori dai rapporti familiari, la vita è diventata inaccessibile per chi era scappato da Mariupol e Severodonetsk. Meglio tornare.
Don Vyacheslav Grynevych, direttore della Caritas-Spes Ucraina, racconta. “I volontari che lavorano nei nostri centri, un’età compresa tra i 30 e 45 anni, sono persone che hanno perso il lavoro e vogliono rendersi utili. Questa povertà si vede nei piccoli villaggi dove gli abitanti erano già in miseria prima della guerra. Adesso la situazione è gravissima. Durante gli attacchi, i russi sono entrati nelle case e hanno rubato tutto. I bombardamenti hanno distrutto, per esempio, i vetri alle finestre. E non si possono sostituire”. I vetri prima arrivavano dalla Russia, ragioni di export controllato, ora non si possono più comprare. L’8 giugno il centro Caritas di Don Grynevych ha ricevuto 1.500 chiamate, il centralino si è inceppato più volte. “Telefonano perlopiù donne, chiedono cibo, ma nei villaggi periferici non riusciamo ad arrivare”.
A Vinnytsia, nel Centro dell’Ucraina. A Mykolaiv, nel Sud. A Dnipro, porta d’accesso al Donbass. Alle sette di mattina in queste città iniziano le consegne dei pacchi viveri: riso, pasta, quache dolce. Si può stare in fila anche quattro ore e si vedono ex benestanti che hanno parcheggiato il Suv vicino. È facile immaginare una ripresa dell’alcolismo tra il popolo - anche se l’alcol è formalmente vietato - osservando le molte persone che urlano al vento attorno ai centri di aiuto.
La foto delle donne di Mariupol che lavano i vestiti nelle pozzanghere, diffusa dal consigliere del sindaco in esilio a Zaporizzja, offre un elemento in più per credere che siano vere le notizie di diffusione della malaria nella città martire e occupata. E a Izjum, presa dai russi a Nord-Est, si segnala la diffusione della malaria. “Non ci sono medicine”, dice Julia Cherednik, volontaria della Croce Rossa che è riuscita a tirare fuori la famiglia dalla città. Non c’è acqua, e la battaglia non è certo finita.
A Kiev, pacificata dal ritiro dei russi, hanno bisogno di riprendere una vita normale, anelano al divertimento. Ma il capo dell’amministrazione militare, Mykola Zhyrnov, ha emanato un decreto in cui si pretende musica bassa e si vietano i fuochi d’artificio: “Bisogna rispettare i bisogni psichici della gente provata dall’assedio”. Il presidente della Federcalcio ucraina vuole ripartire ad agosto con il campionato di prima divisione, ma è davvero difficile pensare partite solo all’Ovest, tanto più che i missili russi non hanno mai smesso di arrivare anche a Odessa, a Leopoli. Per ora, gli organizzatori della kermesse Eurovision hanno detto al governo centrale che “non ci sono le condizioni per organizzare l’evento a Kiev nel 2023”. Volodymyr Zelensky, che lo voleva in Piazza Maidan, c’è rimasto molto male.










