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di Peter Gomez

Il Fatto Quotidiano, 20 luglio 2022

Nel Paese della bugia la verità è una malattia, diceva tanti anni fa Gianni Rodari. Così per timore di infettarsi e magari di perire, accade che quasi tutti in politica, in tv e sui giornali spesso preferiscano tacere.

Guardate cosa avviene nella casa opaca della nostra malandata giustizia. Nella sua ultima relazione sullo Stato del diritto, la Commissione europea prende a ceffoni la riforma firmata dal ministro Marta Cartabia. Le modifiche al Codice di procedura penale, secondo Bruxelles, possono mettere a rischio “l’effettività del sistema giudiziario” e sarà quindi necessario “uno stretto monitoraggio per assicurare che i processi per corruzione non si interrompano automaticamente in grado di appello”. Mentre la riforma dell’Ordinamento giudiziario per la Commissione “rischia di comportare indebite influenze sull’indipendenza dei giudici”.

A dire il vero non ci volevano gli euroburocrati per capire che, in un Paese come il nostro, in cui interi distretti giudiziari sono sotto organico e inefficienti, la trovata di far evaporare i processi in appello, se durano troppo, sarà solo raramente una spinta a essere più veloci. Sarebbe invece bastato un po’ di realismo per capire (e dire) che la balzana idea avrà più che altro effetti inutili o addirittura dannosi. Allo stesso modo, non ci voleva Giustiniano per comprendere che la (condivisibile) “ricerca di una maggiore efficienza non dovrebbe compromettere l’indipendenza del potere giudiziario” messa in forse dalla sempre maggiore gerarchizzazione degli uffici (traduzione: se riesco a controllare il procuratore controllo tutti i pm).

Ma visto che di novelli Giustiniano in giro non se ne vedono e abbondano anzi i Nerone, in Italia si è adottata una tattica diversa: il silenzio. Il contenuto della relazione della Ue è stato di fatto segretato: ne hanno parlato un paio di giornali, nessuna tv e nessuno tra i politici che avevano salutato la riforma Cartabia come una positiva rivoluzione. È un modus operandi conosciuto che può essere riassunto in una frase: far scomparire i fatti per non disturbare le opinioni. Le cose, del resto, vanno avanti così da anni. Tanto che nel luglio del 2021, quando ancora la riforma non era legge, in occasione della pubblicazione della vecchia relazione, Repubblica titolava: “Una sponda Ue al progetto Cartabia”, mentre per Il Sole 24 Ore l’Europa “loda i progressi italiani”. Non è vero niente: in quel documento c’è solo la cronaca di quello che stava accadendo in quei giorni, ma non c’è nessun giudizio (l’articolato era approdato in Cdm l’8 luglio).

O meglio, un giudizio positivo c’è, ma solo sul passato: cioè sul tentativo di modifiche portate avanti dal vecchio ministro Alfonso Bonafede e su quanto da lui già fatto. “Rilevante in questo contesto - si legge in quel documento - è anche la riforma, entrata in vigore dal 2020, che prevede l’interruzione della prescrizione dopo una sentenza di primo grado, in linea con una raccomandazione specifica per un Paese formulata da tempo”.

La Ue, insomma, nel luglio del 2021 ribadisce quello che aveva già detto il 26 febbraio 2020 quando, ovviamente senza clamore, aveva definito lo stop alla prescrizione una “riforma benvenuta” aggiungendo pure che la lotta alle mazzette stava “migliorando” perché l’Italia aveva “migliorato il suo sistema anti-corruzione, tra le altre cose, adottando un programma per proteggere gli informatori (…) e approvando una nuova legge anti-corruzione nel gennaio del 2019”. Solo che a farlo era stato il ministro sbagliato. Meglio per tutti tacere. Ma non per la vergogna, purtroppo.