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di Gianni Santucci

Corriere della Sera, 26 agosto 2024

Nel 2008 sparò al genitore per proteggere la madre e il fratello. Dopo gli studi in carcere è diventato un esperto di sicurezza informatica e oggi lavora a Strasburgo. Ha scritto un libro da cui è stato tratto il film “Familia”.

Quando una famiglia arriva vicina al disastro, sul limite ultimo e finale, e si ritrova sola, che succede?

È storia di Milano. Rappresenta infinite storie di famiglie che collassano. Omicidi. Abusi. Violenze. Questa è in via dei Gigli, al Giambellino. 20 febbraio 2008. Una sera in cui una famiglia arriva a: “Lui o noi”. “Lui” è il padre, decenni di maltrattamenti in casa, di nuovo con un coltello in mano. “Noi” sono la madre e i due figli. Uno prende una pistola e uccide l’uomo.

Aveva 23 anni. Nei prossimi giorni sarà a Venezia. In smoking. Luigi Celeste ha studiato in carcere, a Bollate, e fuori. È un esperto di sicurezza informatica. Ha fatto carriera. Vive e lavora a Strasburgo. Ha scritto la storia della sua famiglia (“Non sarà sempre così”, Piemme, 2017). Il libro ora è diventato un film: “Familia”, di Francesco Costabile. Sarà in concorso alla Mostra del cinema che inizia mercoledì, sezione Orizzonti. Cronaca carica come una tragedia antica. Per “Gigi”, il film è la conclusione di un percorso.

Perché una famiglia si ritrova sola?

“Quando abbiamo interpellato la giustizia perché mio padre era un folle che massacrava mia madre, che lo aveva già denunciato, e minacciava di morte me e mio fratello, la giustizia non c’era”.

Che anni erano?

“Mio padre uscì dal carcere nel 2006, dopo 9 anni, perché in una rapina aveva sparato a un carabiniere. Era sotto sorveglianza a Modena per una pena accessoria, ma ottenne di risiedere a Milano, da suo cugino coimputato. Nel 2007, due giorni dopo la denuncia di mio fratello, per nuove minacce di morte al telefono, ottenne la riduzione dell’obbligo di firma, una volta al mese. Aveva un vizio di mente al 75 per cento. Non credo che il magistrato di Modena di allora, Angelo Martinelli, abbia valutato la sua pericolosità sociale, visto cosa stava ricominciando a farci. Sono momenti in cui ti chiedi: cosa dobbiamo fare? A chi dobbiamo chiedere aiuto?”.

Da quanto andava avanti?

“Quando eravamo piccoli mia madre veniva picchiata, segregata in casa, perse il lavoro per questo. Una volta riuscì a scappare e fece denuncia. Lei andò in un centro anti violenza; mio fratello in una comunità per tossicodipendenti, perché non c’erano altri posti. Io venni mandato in un’altra comunità. Mio padre scontò 9 mesi ai domiciliari; io rimasi in comunità 3 anni e mezzo”.

Oggi la sensibilità è cambiata...

“Forse. E non parlo di fallimento della giustizia. Nella giustizia, e a Bollate, ho incontrato persone eccezionali, a cui devo molto. La giustizia la fanno gli uomini. In primo grado il pm chiese 10 anni, ma il giudice Marco Maria Alma mi condannò a 12 anni e 4 mesi (poi ridotti a 9 anni, ndr). In sentenza scrisse di me: “neppure lui è uno stinco di santo”, quella sera “ben avrebbe potuto prendere la porta di casa e uscire”. Vicenda ridotta a lite familiare. Il mio riscatto è iniziato lì: non ero quel che era scritto di me”.

Era uno “stinco di santo”?

“No. Ho fatto parte di gruppi di estrema destra, ho seguito un’ideologia d’odio, ho commesso reati, che ho pagato. Purtroppo so cosa è la rabbia incontrollabile che si genera quando cresci nella violenza e nel dolore. Io ho sbagliato. Ogni volta che un ragazzo si trova in una condizione simile, prego che trovi una guida e incanali la rabbia per il bene. Se non lo fa, e fa del male, sarà sempre lui a pagare, a rovinarsi. A chi chiedono aiuto questi ragazzi?”.

Come ha trovato la strada?

“Educatori, direttore del carcere, studio, persone che mi hanno dato fiducia. Il magistrato di sorveglianza, la dottoressa Caffarena, mi vietava i permessi, nonostante la condotta irreprensibile. La motivazione era che vivevo l’omicidio “come passaggio inevitabile per permettere” a mia madre “un’esistenza tranquilla; tale sentimento è in parte alimentato dalla madre e dal fratello che vivono con sollievo la morte del padre”. In quei momenti puoi impazzire, o trovare più tenacia. Puoi incontrare visioni alternative. Il sostituto Pg Antonio Lamanna, durante l’udienza nel ricorso per un permesso, disse: “Il padre di Celeste ha infierito tanto da vivo, non facciamo sì che continui a infierire anche da morto”.

Come è nato il film?

“Avevo avuto una prima proposta. Poi mi ha chiamato Medusa. In Francesco Costabile ho trovato una persona eccezionale per sensibilità e umanità. Speravo da tanto che si facesse un film: perché le persone possano vedere e capire tutto quello che ha passato la mia famiglia”.

Cosa può dire a una famiglia che si ritrova sola?

“Davvero non lo so. Invece di come uscire da una situazione come fu la mia, mi viene da dire come non entrarci: non fate figli se non siete in pace con voi stessi, se non sapete di poterli crescere volendo il loro bene. Perché i traumi dei genitori poi ricadono sui figli innocenti, e alimentano una catena. Io ho ricostruito la mia vita, ma mi porto dietro tanto male”.