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di Bruno D’Alfonso

Il Messaggero, 23 giugno 2024

Il fratello: “Nessuna notizia e nessun contatto”. Ingaggiato un avvocato egiziano, che ha chiesto già 30 mila dollari, ma che non è mai andato in cella a trovare il suo assistito. “Non vorrei che si trattasse di un altro caso Giulio Regeni. Temo per la vita di mio fratello, Luigi Giacomo Passeri, maltrattato in carcere dalla polizia egiziana da un anno”. Sono le parole di Andrea Passeri, pescarese, ma nato in Sierra Leone come i suoi quattro fratelli, tra cui il più piccolo Luigi Giacomo di 31 anni, che lo scorso anno è stato arrestato al Cairo per il solo possesso di uso personale, sembrerebbe, di due spinelli.

Da quel 28 agosto 2023, giorno precedente il ritorno dalla vacanza egiziana di Luigi Giacomo a Londra, la città in cui lavora (imprenditore di spettacoli) e vive con la sorella Anna Maria, nessuno della famiglia ha potuto avere ancora contatti diretti con lui e notizie certe sul suo destino. Andrea e gli altri fratelli, distanti tra loro per motivi di lavoro, ce la stanno mettendo tutta per aiutarlo, ma quello che hanno ottenuto in quasi un anno di detenzione è una sola visita concessa a un responsabile dell’unità di crisi dell’Ambasciata italiana, con continui rinvii di un’udienza o processo la cui data non è ancora stata fissata. I contatti con un avvocato del posto risultano difficili e dai pochi documenti e verbali scritti in arabo da lui inviati, le accuse della polizia sembrano esageratamente alterate rispetto alla versione raccontata da Luigi Giacomo, che a suo dire era stato sorpreso con solo due dosi di sostanza stupefacente leggera per uso personale.

“Noi tutti siamo sorpresi di quello che sta succedendo - dice il fratello Andrea - ci è caduto il mondo addosso perché quello che ci raccontano i verbali è un mondo che non ci appartiene”. Ciò di cui i familiari di Luigi Giacomo sono certi, però, è che il loro congiunto sta soffrendo uno stato di oppressione fisica e psicologica, come documentano le lettere pervenute da Badr 2, il carcere del Cairo: “Voglio tornare in Europa anche da prigioniero - scrive Luigi Giacomo in una delle poche lettere che gli è stato permesso di inviare - non ci riesco più a stare qua come un topo di fogna. Madonna che incubo che sto vivendo fratello mio, voglio tornare in Europa! Aiutatemi in ogni modo possibile”.

La preoccupazione di chi ha ricevuto i messaggi cresce ancor più quando, tra le righe, emerge il disagio psicologico che fa temere l’autolesionismo: “C’ho una paura, ho alti e bassi mentre ti scrivo la lettera! Sto fregato in testa, sto negativo. È che qua non ci si può fidare di nessuno, poliziotti ecc.” si legge nello stampatello usato da Luigi Giacomo Passeri.

Tutti in famiglia, però, sembra abbiano fatto il possibile, avendo incaricato un avvocato egiziano, che ha chiesto già 30 mila dollari, ma che trova sempre ostacoli senza neanche mai andare a trovare in cella il suo assistito. Ancora più disarmante, a loro dire, la poca attenzione al caso prestata dalle autorità italiane, che non ancora forniscono rassicurazioni sul destino del loro congiunto né risultano migliorate le sue condizioni nella detenzione nel carcere egiziano. Una famiglia, quella dei Passeri, già provata in passato da sofferenze e ingiustizie.

Il capostipite, il pescarese Alfonso Nino, era emigrato per motivi di lavoro a Freetown, in Sierra Leone, quale direttore della Rivoira Italia. Dall’unione con la moglie Marie, sierraleonese, sono nati cinque figli, l’ultimo dei quali Luigi Giacomo. Ma per effetto del golpe che la Sierra Leone ha subito nel 1997, i componenti della famiglia Passeri, con lo status di rifugiati, si sono trasferiti a Pescara. Ora tutti insieme, tranne Alfonso Nino che non c’è più, stanno nuovamente vivendo un dramma che sperano si risolva al più presto, lanciando il loro grido d’allarme alle autorità competenti, per una situazione che si è fatta oltremodo preoccupante.