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di Errico Novi

Il Dubbio, 4 aprile 2022

“A Buon diritto sfida il vizio italiano dell’indifferenza, si occupa da vent’anni di giustizia, di garanzie, di uguaglianza, di verità”. È l’associazione di Luigi Manconi, raro esempio di lobby politica per fini non lucrativi.

Anche nel senso che lui, Manconi appunto, l’inventore dell’associazione, non ha certo costruito una carriera da leader della sinistra libertaria e radicale, come tranquillamente avrebbe potuto. D’altronde avrebbe dovuto smettere di praticare un mucchio di altre passioni, “compresa quella, non trascurabile, di professore di Sociologia dei fenomeni politici. Non mi dispiace ricordarlo. Sarebbe pur sempre il mio lavoro”.

Ma intanto A buon diritto ha compiuto vent’anni, giusto due settimane fa. Se l’avesse considerata un hobby, non ci sarebbe arrivata...

No, d’accordo, ma non saremmo riusciti a raggiungere un traguardo del genere se non avessi avuto la fortuna di incontrare lungo la mia strada persone come Valentina Calderone, che di A buon diritto è il direttore, e che ha saputo trasferire nel nostro impegno un metodo di cui non sarei stato capace. Avete celebrato i vostri primi vent’anni con un evento al Maxxi di Roma in cui lei ha ricordato di aver infranto un tabù insuperabile per gran parte della sinistra: tenere insieme i diritti collettivi con i diritti individuali. In pratica lei è un eretico. Be’, potrei smentire una simile affermazione con gli anni Settanta.

In che senso?

Allora, è vero: la sinistra nasce dalle lotte per i bisogni primari delle grandi masse, il lavoro, l’istruzione, la casa. Non c’erano le condizioni, in quella fase della storia, perché potesse esserci attenzione anche per i diritti individuali. Eppure c’è un momento quasi perfetto in cui il connubio si realizza, gli anni Settanta appunto, a partire dall’istante in cui si arriva allo statuto dei lavoratori e contemporaneamente all’obiezione di coscienza.

D’altronde i bisogni delle grandi masse sono l’incontro delle aspirazioni di ciascun individuo...

Sì, d’accordo, devono sommarsi fra loro, ma c’è un luogo simbolico che spiega la sintesi meglio di qualunque discorso: la fabbrica. Solo con l’aggregazione, con il trovarsi l’uno fisicamente affianco all’altro si struttura la classe operaia. Stare insieme, unire i bisogni e rendere possibile la lotta. Non a caso la destrutturazione della fabbrica è il vero innesco, nella crisi del movimento operaio. La disseminazione, la polverizzazione che verrà negli anni Ottanta, produce gli effetti che ben conosciamo. Eppure nel decennio precedente i diritti collettivi si erano combinati virtuosamente col perseguimento dei diritti della persona. È un tempo sciaguratamente segnato dal marchio di anni di piombo perché sono stati purtroppo anche anni di lutto e tragedia. Eppure persino nel momento più terribile, dopo l’assassinio di Aldo Moro, non si è persa quell’apertura fra le due prospettive.

A cosa si riferisce esattamente?

Moro viene ucciso il 9 maggio del 78. Nei 15 giorni successivi, un Parlamento dotato di una dignità e di un’autonomia che oggi ci sogniamo, approva le leggi su manicomi e interruzione volontaria di gravidanza. Nel momento più drammatico trova la forza di non rinunciare a due importantissime riforme.

La più alta sintesi fra individuale e collettivo è il diritto alla democrazia: ma allora perché in Italia si fa ancora tanta fatica a condividere pilastri della democrazia come le garanzie nel processo e nell’esecuzione della pena?

È un quesito a cui è difficilissimo rispondere. Può sembrare un paradosso, ma in un Paese in cui latita lo spirito civico, il sentimento di appartenenza a una comunità, e prevale il particolare, c’è un sospetto permanente nei confronti dell’individuo. Proprio perché la prospettiva individuale è corrotta dal tratto dell’egoismo, qualsiasi forma di tutela dell’individuo viene ridotta a pulsione egoistica. È la cattiva coscienza dell’italiano privo di senso civico: straordinariamente vero. Da qui proviene l’istintiva subordinazione dell’individuo a un’idea omologante del collettivo. E a partire da qui che, un po’ vanitosamente, ma senza far segreto di tale vanità, noi rivendichiamo un metodo di A buon diritto: il metodo induttivo, praticato nel senso che in tutto ciò che abbiamo fatto, in ogni singola battaglia, siamo partiti da nomi e cognomi.

Avete sfidato la ripulsa per l’individuo...

Non è solo un metodo efficace: se io ti dico Stefano Cucchi, se te lo indico come esempio del rapporto fra il cittadino e lo Stato svuotato della sua stessa giustificazione, io smonto la tua ossessione respingente per il singolo. Vede, sono quasi 13 anni, e io sono uno incostante, che mi interesso di Stefano Cucchi. E in ogni occasione in cui ne ho parlato in pubblico, ossessivamente, proprio ossessivamente, per non so quante volte ormai, ho ripetuto esattamente la stessa frase: “Dobbiamo salvare la dignità, l’onore e la verità, perché si chiama Stefano Cucchi, fratello di Ilaria, figlio di Rita e Giovanni, perché il suo assassinio ci parla delle relazioni fra il cittadino e lo Stato, l’individuo e il potere.

Quasi un commovente rituale magico...

Dirompente: mette in discussione la giustificazione morale e giuridica dello Stato, la sua legittimazione. Lo Stato è uno scambio: obbedienza contro protezione. Ma se tu Stato non proteggi, anzi uccidi il cittadino quando è affidato nelle tue mani, non puoi più pretendere che io ubbidisca. Capisce? Capisco che mi ero fatto un’altra idea, sulla difficoltà, anche di A buon diritto, a essere maggioranza nelle battaglie garantiste: pensavo che ce le fossimo vendute in cambio degli insulti alla casta. Sì, ma la rinuncia ai diritti e alle garanzie nella giustizia pur di non doverli riconoscere anche alla casta è solo una ricaduta, una conseguenza di quella ripulsa per l’individuo scaturita dal vizio del particolare. Provo certe volte a dire: Formigoni ha ottenuto, in virtù delle garanzie previste per chi ha più di settant’anni, alcuni benefici nell’esecuzione della pena; ebbene, chiedo, preferite che sia estesa a tutti la possibilità di cui ha usufruito Formigoni o che invece anche Formigoni venga sottoposto al trattamento corredato da minori tutele in cui scontano la pena tantissimi detenuti? Ebbene, temo che prevarrà sempre la seconda opzione. C’è una irresistibile tendenza a lasciar scivolare i diritti verso il basso, a livellarli verso il grado minimo. E c’è quindi un’idea di giustizia alterata dal dato afflittivo, vendicativo, di incrudelimento, mortificazione.

Si può rimediare alla ripulsa per i diritti dell’individuo con un ritorno della partecipazione alla politica?

Eh, ma qui si deve fare i conti con una drammatica scissione. Tutto ciò che fa A buon diritto, e che hanno fatto e faranno tanti altri militanti dell’associazionismo, tanti gruppi e onlus, ha solo un nome: politica. Eppure, a fronte di tutto questo, la politica intesa come presenza nelle rappresentanze istituzionali considera A buon diritto e tutte le altre associazioni come estranee, come non politica. L’associazionismo è la sola possibilità di suscitare e ravvivare la partecipazione. Ma la politica istituzionale preferisce rubricarlo a filantropia, testimonianza, umanitarismo.

Ed è per questo che la battaglia per i diritti resta in minoranza?

Finché la politica parlamentare non comprenderà che la rinascita della politica parte dal metodo e dalle concezioni dell’associazionismo, A buon diritto e tutti gli altri continueranno a trovarsi in minoranza nelle battaglie per i diritti. D’altra parte io personalmente, noi, non ci siamo mai sentiti soli. In pochi, in minoranza, ma non soli. Non lo avrei sopportato, non ho la vocazione da anacoreta, testimoniale. Ma come si fa a non capire che la vicenda Regeni non è umanitarismo ma politica? Come si può non vedere che dietro il corpo in stato vegetativo di Eluana c’è un’enorme questione politica, che avvolge tante altre sofferenze e tanti altri corpi in quelle condizioni?

Piero Sansonetti disse a noi redattori del Dubbio subito dopo la morte di Marco Pannella: “L’unico leader in grado di succedergli al Partito radicale è Luigi Manconi”. Ci ha mai pensato?

Sinceramente no, e per due ordini di motivi. Primo, non si sono mai presentate le condizioni. Secondo, io personalmente ho un grandissimo rispetto per l’esercizio operativo della politica, per le forme dei partiti, le assemblee, i congressi, l’organizzazione materiale, ma non è, lo riconosco, la mia vocazione. Ho rispetto ma anche l’impressione di non essere trapiantabile in quella dimensione. In realtà l’ho anche fatto: dopo essere stato eletto parlamentare come indipendente nelle loro liste prima nel 94 e poi nel 96, sono stato portavoce dei Verdi, inopinatamente e un po’ rocambolescamente. Sono rimasto in quella carica fino al 99. Poi mi sono dimesso, ho capito che non era quello il mio mestiere. Si deve aggiungere la prima questione di cui dicevo: non si sono presentate le occasioni. Io sono sempre stato amico stretto dei radicali, sempre, dagli anni Settanta a tutt’oggi, ma ho avuto le altre strade di cui dicevo, e nessuno mi ha mai chiesto, nessun radicale mi ha mai sottoposto un’ipotesi come quella. Alla luce della consapevolezza acquisita dopo l’esperienza come portavoce dei Verdi, se qualcuno mi avesse prospettato quell’opportunità, me ne sarei scappato intimidito. Va detto, per concludere, che io non mi sono sottratto, appunto, alla lotta politica, ho detto degli anni come portavoce dei Verdi, che voleva dire esserne il segretario, ma nella lotta politica avverto di pagarne le conseguenze. Mi costa, mi costa sapere del prezzo che la durezza a volte inevitabile della lotta politica fa scontare alle singole persone.

Difficile essere vocati per le crudezze della politica se si amano cose come quelle di cui lei è appassionato, la musica per esempio...

Si tratta di vocazione, di temperamento.

Ne avete vinte di battaglie. Ma se oggi, a proposito di una delle principali conquiste ottenute grazie a lei e A buon diritto, il reato di tortura, le chiedessi se pesano di più le violenze nel carcere di Santa Maria Capua Vetere e quelle, appena rivelate, a Modena, oppure se pesa di più il fatto che grazie al reato di tortura oggi non si potrebbe mai arrivare alla macelleria della Diaz al G8 di Genova, be’, lei che risponde? Cosa pesa di più?

Guardi, la legge uscita dal Parlamento è men che mediocre: si è scelto di non configurare la tortura come un reato proprio, connesso alle funzioni di pubblico ufficiale, come previsto invece nel mio testo originario. Non a caso non la votai, anche perché non avevo timori che almeno quella versione riduttiva sarebbe stata approvata, altrimenti sarei corso eccome. Eppure la legge ha avuto un esito positivo. Ha già consentito di far emergere abusi e violenze, come quelli nel carcere di San Gimignano, per esempio.

E poi davvero oggi la Diaz del G8 non sarebbe possibile...

Ma vede, a proposito dei radicali, io lo sono, lo sono eccome. Cerco anch’io di dare una lettura delle questioni fino a ritrovarne le radici, e a esercitare una critica appunto da radicale. Ma dentro questa prospettiva, dietro l’idea di Abolire il carcere, come ho intitolato un libro, credo che anche la più piccola delle riforme sia preziosissima. Non c’è l’abolizione del carcere, ma non trovo affatto riduttivo riuscire a ottenere che nelle carceri femminili ci sia qualche arredo o qualche servizio in più. Che si restituisca, seppur in minima parte, la dignità.