di Elisabetta Andreis
Corriere della Sera, 10 settembre 2025
L’ex direttore di San Vittore: “La politica rischia di usarlo come discarica sociale, per nascondere invece che per educare”. “La situazione raramente è stata felice, ma oggi temo che il carcere si stia piegando a una logica di ordine pubblico: si rinchiudono tossicodipendenti, malati psichiatrici, borseggiatori, spacciatori. Figure che danno fastidio alla gente più che rappresentare un pericolo reale”. Luigi Pagano, 70 anni, che nel 2019 era andato in pensione lasciando il posto di comando al Dap regionale, è stato nominato dal sindaco Beppe Sala come Garante delle persone private della libertà personale per il Comune del capoluogo lombardo.
La sua esperienza è lunghissima, perché rimettersi in gioco?
“Vorrei guardare avanti, e non indietro. Sono stato direttore di diverse carceri italiane (a San Vittore dal 1989 al 2004, ndr), ho contribuito tra l’altro a fondare il primo Icam, l’Istituto per la custodia attenuata delle madri detenute. Ho ideato la casa di reclusione di Bollate, il cui modello “aperto al lavoro” determina tuttora un tasso di recidiva inferiore al 20 per cento rispetto alla media nazionale superiore al 70. Ancora, abbiamo creato il reparto La Nave destinato alla cura dei detenuti con problemi di dipendenza. Deve essere sempre un lavoro di squadra, forse ancora di più che per altri ambiti. Quando sono andato in pensione pensavo di fermarmi ma di fronte alle carenze non potevo restare a guardare: per fare ancora la mia parte, ho deciso di candidarmi come Garante dei detenuti”.
La crisi è generale…
“Il carcere non può diventare il contenitore delle marginalità che le città non sanno affrontare. Abbiamo smarrito la funzione principale della pena, che dovrebbe essere rieducativa e tesa al reinserimento: in questa fase il carcere è contenitore di vite fragili scambiate per minacce”.
I numeri confermano la cronicità dell’emergenza?
“In Lombardia il sovraffollamento è oltre il 130 per cento. San Vittore è il simbolo: spazi fatiscenti, reparti stipati. È paradossale, perché dovrebbe ospitare nel miglior modo possibile chi si trova in attesa di giudizio. Invece proprio lì la compressione dei diritti è più evidente”.
Nel 2013 la sentenza Torreggiani condannò l’Italia per trattamenti inumani nelle celle. Da lì era partito un impegno a ridurre la pressione detentiva...
“Anche oggi se si volesse davvero cambiare, servirebbero provvedimenti deflattivi: indulto, amnistia, ampliamento della liberazione anticipata. Ma temo manchi il coraggio politico di imboccare questa strada”.
Lei cita anche l’ergastolo ostativo...
“È la pena senza benefici per chi non collabora. Così il fine rieducativo dell’articolo 27 si svuota: resta solo un ergastolo senza uscita. Giusto punire, ma non cancellare la possibilità di cambiare”.
Perché era urgente nominare un nuovo garante?
“La proroga dell’ultimo mandato di Maisto, rimasto in carica sei anni, era scaduta il 6 agosto. L’urgenza era data proprio dalla situazione insostenibile degli istituti: sovraffollamento, suicidi, emergenze che in un mese come agosto si ripresentano ogni anno con gravità crescente”.
Al carcere Opera arriva la nuova direttrice Rosalia Marino, a San Vittore Maria Pitaniello...
“I direttori restano figure di riferimento indispensabili: senza di loro non si regge una macchina che già cammina sul filo dell’emergenza, e il caso dell’Ipm Beccaria, con i recenti fatti di cronaca, i tentativi di rilancio, il sovraffollamento e una direzione vacante da decenni, merita attenzione: lì si gioca la partita più delicata, quella dei ragazzi e giovani adulti”.
Lei prende il testimone dall’ex magistrato Francesco Maisto, rimasto in carica per sei anni...
“È un compito che non si può eludere. C’è molto da fare e credo di avere competenze da mettere in campo. In passato si respirava indifferenza sul carcere, oggi c’è persino un certo accanimento. La politica rischia di usarlo come discarica sociale, per nascondere invece che per educare. Bisogna tenersi lontani da quell’idea. È il contrario di quello che dovrebbe essere: il carcere che lavora per riaprire le porte, non per chiuderle”.











