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di Alessandro Trocino

Corriere della Sera, 19 luglio 2024

L’ex direttore di San Vittore (come di Pianosa e Bollate): “Quel giorno il carcere scoppiò, i detenuti protestavano e bruciavano quello che potevano. Ora andrebbe chiuso, non possono starci 1.000 persone. Ci dimentichiamo sempre che Dio non ammazzò Caino”. Abita a due passi da San Vittore ma dice che non è “sindrome di Stoccolma”, è perché “lì le case costano meno e non posso trasferirmi”. Luigi Pagano - napoletano premiato con l’Ambrogino d’oro - è il “direttore” per antonomasia. Un direttore “democratico”, uno che, come racconta Alfonso Sabella, se ne andava in giro per San Vittore cantando “Ma mi, ma mi, ma mi, quaranta dì, quaranta nott”. Pagano ha scritto anche un libro che si chiama così, Il Direttore (Zolfo editore). È stato a capo di San Vittore per 15 anni, dopo essere passato nelle carceri dure di Pianosa, Nuoro, Asinara e poi ancora Alghero, Piacenza, Brescia. Negli ultimi anni è stato Provveditore regionale e vice capo del dipartimento penitenziario. Ora è in pensione, anche se ha provato, per ora invano, a diventare garante delle persone private della libertà.

Lo vede che è sindrome di Stoccolma?

“È che a me piace. Sin dalla laurea volevo fare il direttore delle carceri. L’ho fatto per tutta la vita e non sono pentito. Ho ancora voglia di parlare di detenuti, se ne parla troppo poco”.

Ora che è in pensione può parlarne liberamente...

“A dir la verità, ho sempre detto, più o meno, quello che pensavo”.

Anche sulla Monaca di Monza...

“Ai tempi del liceo contestai il mio professore d’italiano che l’aveva definita come una peccatrice e una criminale. Ma la “sventurata”, come la chiamò Manzoni, aveva le sue ragioni”

Partiamo da San Vittore. Carcere antico e sovraffollato. Che fare?

“Io lo chiuderei. È una struttura vecchia, costruita nell’Ottocento. Ci sono 1000 detenuti. O si riducono a 200 o è meglio chiuderlo”.

È una Casa circondariale: dovrebbe ospitare solo detenuti non condannati...

“Ma non è mai stato così. Dal 1879 ci è passato di tutto. Solo di recente sono stati costruiti Opera e Bollate”.

Quale è stato il momento più difficile vissuto nelle carceri?

“Il più terribile fu l’uccisione di Francis Turatello, a Badu e Carros nel 1981. Quando mi avvisarono e accorsi, era già in una pozza di sangue, con Pasquale Barra e Salvatore Maltese che si accanivano sul corpo immobile. Poi Nino Faro gli sollevò la testa e gli tagliò la gola”.

Il più triste?

“La morte di Gabriele Cagliari, il dirigente dell’Eni. Quando si suicidò, mettendosi un sacchetto di plastica in testa, eravamo in piena stagione Mani Pulite. Ci fu una sollevazione generale dei detenuti. San Vittore letteralmente scoppiò. Tutti battevano sulle sbarre delle celle, gridavano, facevano esplodere le bombolette del camping, incendiavano cose. Quando, molte ore dopo, tornò la calma, trovammo morto un detenuto di 30 anni, Zoran Nicolic, condannato per scippo: si era impiccato”.

Mani Pulite fu il punto più alto del giustizialismo. I magistrati pensarono di far pulizia in un sistema politico marcio...

“Io sono sempre stato un garantista. Mani Pulite mi ha deluso. Non tanto per i magistrati, tutto il rispetto per Di Pietro e Davigo, quanto per i cittadini. Hanno riposto nella magistratura speranze eccessive. Non mi sono piaciuti i cortei, le scritte, l’esaltazione dei giudici. La rivoluzione non la devono fare i magistrati, le cose si possono e si devono cambiare attraverso le urne”.

Nelle carceri italiane c’è un tasso di sovraffollamento medio del 129%. In 19 istituti supera il 180%. Quest’anno, mentre scriviamo, siamo a 44 suicidi. Quarantaquattro “Nicolic” di cui nessuno sa nulla. Da direttore si sentiva addosso la responsabilità di queste morti?

“Si sente il peso, quando accade, ma non parlerei di fallimento personale. Il carcere, come dice anche il regolamento penitenziario, è strutturalmente patogeno. Lo scrisse anche il ministro fascista Alfredo Rocco: altro che mistico isolamento, stare chiusi in cella fa male e rafforza le tendenze antisociali. Il sovraffollamento peggiora le cose. Bisogna creare le condizioni perché le celle, chiamate appunto camere di pernotto, vengano usate solo di notte”.

Lei fu tra i creatori di Bollate. Un carcere speciale, nel senso migliore del termine...

“Non mi piace che lo si chiami speciale. Porta anche sfortuna: prima o poi le eccezioni vengono riassorbite. E comunque sto con Lucio Dalla: l’impresa eccezionale è essere normali”.

Perché gli altri istituti non sono come Bollate, dove il tasso di recidiva è molto basso?

“È più facile lavorare meglio in un carcere nuovo, con spazi adeguati per la socialità. E poi ci vuole la volontà di cambiare le cose, per non trattare le persone come oggetti, in modo indifferenziato. È il rispetto dei detenuti che fa la differenza”.

La gente si indigna, chiede la punizione, la vendetta, più che il reinserimento...

“Dopo tanti secoli siamo ancora all’occhio per occhio, al Dio vendicatore dell’Antico Testamento, che trovò poi sponda filosofica in Kant ed Hegel. Ma Dio non ammazzò Caino. E il mio senso del diritto si afferma nella ragione, non nel sentimento”.

Lei è stato uno dei promotori della “sorveglianza dinamica”. Per qualcuno, però, aprire le celle porta a un aumento delle violenze contro gli agenti...

“Lo confesso, sono stato io. Lo so, si dice sempre: tutta colpa della sorveglianza dinamica. Ma bisogna vedere poi cosa fai, quando apri le porte: non basta mettere i detenuti nei corridoi. Servono attività ricreative, lavoro, socialità”.

Allargando troppo le maglie, qualcuno finisce per fuggire...

“Due frasi mi hanno accompagnato nella carriera: “Si è sempre fatto così” e “Può succedere di tutto”. Se le ascolti, ti paralizzi. Ci sono rischi che si devono correre. Il mio maestro Alfredo Paolella, che fu ucciso da Prima Linea, diceva che l’unico modo per sapere se un detenuto fuggirà o meno, è lasciarlo libero. È una scommessa sulle persone, che va fatta”.

Ma il carcere serve ancora?

“Io sarei per abolirlo, ma temo sia ancora un’utopia. Nel frattempo, però, si può evitare che la pena sia contraria al senso dell’umanità”.

Il carcere è ormai un sistema di welfare sociale. Più che criminali incalliti ci sono poveracci, immigrati, tossicodipendenti, persone con disturbi mentali. Tutti insieme...

“È vero, ormai siamo al carcere della marginalità. Il penale è la valvola di sfogo della mancanza di risposte del sociale. Ci sono 20mila detenuti con pene sotto i 4 anni. Potrebbero andare ai domiciliari, in appositi istituti di cura, in affidamento. Se il sociale funzionasse, non sarebbero lì”.

Sono frequenti le violenze, anche degli agenti. Gli 11 morti della rivolta di Modena del 2020 sono una macchia della nostra storia recente, poco raccontata e con molti punti oscuri. È difficile sapere cosa succede davvero, dentro i penitenziari, che sono istituzioni totali, chiuse, come diceva Erving Goffman...

“Per questo bisognerebbe aprirli il più possibile. Nel 1989 Nicolò Amato, il teorico del carcere della speranza, propose di creare sale stampa. La legge prevede la possibilità di ispezioni da parte dei politici, ma in questi anni ne ho visti pochi in visita. Calamandrei, nel 1946, scrisse: bisogna vederle le carceri, bisogna conoscere il dolore per dargli valore”.

Di giornalisti, invece, ne ha visti diversi. Nel libro racconta di Candido Cannavò, già direttore della Gazzetta...

“Un uomo di enorme passione ed energia. Quando andò in pensione scrisse un libro su San Vittore e ci rimase per un anno. Aveva una sensibilità rara. Scoprì, come diceva lui, che quel mostro di cemento che era San Vittore, e che la frivola Milano voleva cancellare, aveva un’anima. La sua battaglia più grande fu per togliere i bambini dal carcere. Riuscimmo a mettere in piedi anche grazie a lui un Icam, un istituto a custodia attenuata. Ricordo che si mise a urlare contro un assessore che aveva promesso di realizzarlo in tempi troppo lunghi. Gli disse: qui faccio scoppiare la guerra se non si sbriga”.

La soluzione a destra, compreso il ministro della Giustizia Carlo Nordio, è sempre la stessa: costruire nuovi istituti...

“Aumentando le carceri, di solito, aumentano i detenuti. Bisognerebbe fare il contrario”.

Qual è stato il miglior ministro della Giustizia?

“Mino Martinazzoli. Una persona corretta, profonda, ironica. Era anche un periodo favorevole: era finito il terrorismo, ci fu la legge Gozzini e c’era Amato al Dipartimento. Ma lui fu uno dei migliori”.

Lei sarebbe stato probabilmente un buon ministro della Giustizia. Gliel’hanno mai chiesto?

“No. E neanche di fare politica. Ma io sono un amministratore. Più che a nuove leggi, bisognerebbe pensare di applicare quelle che ci sono, come l’articolo 27 della Costituzione e l’Ordinamento penitenziario del 1975”.

È riuscito a portare a San Vittore Roberto Vecchioni, Claudio Baglioni, Renato Zero. Si può fare, dunque. Aprire il carcere al mondo esterno...

“Sì, io ricordo con emozione soprattutto Ornella Vanoni e Giorgio Strehler. Giornate indimenticabili. Il primo fu Mario Merola, a Taranto. Una bolgia. Cantò “Chiamate Napoli 081” e “Tu ca non chiagne”. Scrissi io un articolo per conto di una giornalista che mi aveva messo in contatto con lui e che non poteva entrare. Nel titolo parafrasai Churchill: Lacrime e sudore, Mario Merola al carcere di Taranto”.

A San Vittore venne più volte il cardinal Martini...

“Quando arrivò in città, nel 1980, fece deviare il percorso per passare sotto le mura di San Vittore, che definiva il cuore di Milano. Tre anni dopo ci fece una visita, non di circostanza: volle salutare uno a uno i 1800 detenuti. La visita durò quattro giorni. Chiese di entrare anche nel reparto dove erano reclusi i detenuti per lotta armata. I brigatisti si arresero metaforicamente, pregando con lui. Qualche mese dopo un uomo entrò in Arcivescovado e lasciò quattro borse piene di armi”.