di Michele Gambirasi
Il Manifesto, 22 aprile 2026
Pasticciaccio brutto Sicurezza, via il riferimento al Cnf, il contributo anche senza rimpatrio. Ma prima l’aula voterà il testo incostituzionale. Le opposizioni occupano l’aula in segno di protesta. Oggi il voto sulla fiducia, entro venerdì il via libera. In nessun caso un governo aveva rivendicato la bontà di un pasticcio. Un decreto modificherà il decreto, così che il secondo cancelli una norma incostituzionale contenuta nel primo. Non sembra complicato e pasticciato: lo è ed è la soluzione definitiva del governo, confermata ieri prima dalla premier e poi dagli altri ministri, per salvare il pacchetto sicurezza che ha rischiato di saltare per i rilievi del Colle all’articolo sugli incentivi agli avvocati che promuovono i “rimpatri volontari e assistiti”.
È la controversa e cervellotica soluzione messa a punto dal governo dopo una notte di passione. Il nuovo decreto stravolgerà la mancetta agli avvocati denunciata dal manifesto: la platea dei beneficiari sarà allargata a tutte le figure di mediazione delle pratiche di rimpatrio, sarà rimosso il riferimento al Consiglio nazionale forense e il compenso sarà corrisposto a prescindere dall’esito della procedura. La soluzione è irrituale e macchinosa, e comporta che il Parlamento ora voterà un decreto con una norma incostituzionale con la promessa che cambierà. Ieri pomeriggio è stata posta la fiducia sul provvedimento, che inizierà ad essere votata da oggi pomeriggio per poi passare alla discussione sugli ordini del giorno prima del voto finale, atteso per venerdì mattina dopo una due giorni non-stop o giovedì in serata.
Le opposizioni hanno sottoscritto 145 Odg, che potenzialmente corrispondono a ore e ore di discussione, senza contare le potenziali dichiarazioni di voto individuali. I tempi, comunque, ci sono e il provvedimento è destinato a passare. Ne rimane l’iter spericolato: “Una fibrillazione istituzionale senza precedenti, con uno scontro aperto tra governo e Quirinale su una norma che lo stesso governo arriva a definire incostituzionale. Siamo davanti a un pasticcio istituzionale enorme”, ha detto la segretaria dem Elly Schlein. “Hanno creato un cortocircuito istituzionale”, ha attaccato Giuseppe Conte del M5S, mentre Angelo Bonelli di Avs ha commentato: “Il governo si comporta come se fosse al di sopra della legge”.
Ieri la seduta è iniziata senza che la soluzione fosse stata ancora annunciata con precisione, si sapeva solo che sarebbe arrivata. A metà mattina si è infine palesato in aula il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, sino a quel momento mai comparso in parlamento per tutto l’iter di conversione del decreto. Il cerino in mano il governo lo aveva sempre lasciato al sottosegretario leghista del Viminale Nicola Molteni. Allora Piantedosi ha annunciato la modifica, dovuta al fatto che il governo “ha preso atto di alcune sensibilità”, leggasi Mattarella. Quasi negli stessi momenti Giorgia Meloni dal Salone del mobile di Milano confermava il nuovo decreto, difendendo però “una norma di assoluto buon senso”. Il leader leghista Salvini, invece, andava direttamente allo scontro: “Non mi stupisco più di niente” ha risposto in merito ai rilievi del Quirinale. L’insistenza per modificare e non abrogare l’articolo è stata tutta della Lega, più che mai preoccupata della concorrenza a destra dei vannacciani che infatti hanno attaccato il decreto perché non abbastanza duro. La paternità della norma incriminata, ad ogni modo, è tutta del Viminale che l’ha inviata tra i quattro emendamenti da inserire a metà marzo: sono gli stessi quattro firmati dai capigruppo di maggioranza della prima commissione del Senato, nessuno può dirsi veramente estraneo. In tutte queste settimane era probabilmente sfuggita anche agli uffici del Quirinale.
Le delucidazioni finali ieri le ha date la sottosegretaria ai Rapporti con il Parlamento Matilde Siracusano nel corso della riunione dei capigruppo convocata solo dopo che le opposizioni hanno occupato l’aula in segno di protesta. Il gesto, durato alcuni minuti, è costato l’espulsione al deputato dem Arturo Scotto, reo di essersi seduto sui banchi del governo. “Scotto si contenga!” ha prima ammonito il presidente di turno Fabio Rampelli. Inascoltato, ha ripreso il microfono: “Scotto lei è espulso!”. Poco prima le stesse opposizioni, presentatesi battagliere, avevano dovuto affrontare due votazioni: una per chiudere la discussione generale che si sarebbe allungata per cinque ore, un’altra per le questioni pregiudiziali di costituzionalità che avevano presentato. Nel primo caso la maggioranza ha vinto con 145 voti, nel secondo con 146. Praticamente impossibile, ma se i deputati di opposizione fossero stati tutti presenti avrebbero potenzialmente potuto prevalere in entrambi i casi.
Ad ogni modo, il governo Meloni è destinato a scrivere pagine di manuali di diritto da studiare nelle facoltà di legge. Il primo pacchetto sicurezza fu approvato per decreto dopo che l’esecutivo vi aveva trasferito tutte le norme di un disegno di legge impantanato in Parlamento. In questo secondo caso, il groviglio è ancora peggiore. Il Parlamento voterà una legge contenente una norma palesemente incostituzionale, sulla fiducia che il governo la trasformerà con un decreto che promette di portare contestualmente a Mattarella. Ma rimangono i dubbi: come farà il consiglio dei ministri a decretare su una legge che in punta di diritto non è ancora in vigore, dal momento che serve prima che il Quirinale la promulghi? In maggioranza si richiamano i precedenti, compreso il “comma Fuda” del 2006, ma nessuno è veramente analogo, per tempi e contenuti. E nessuno ha mai rivendicato i propri errori come se niente fosse.











