di Conchita Sannino
La Repubblica, 7 settembre 2025
Cassazione, la presidente a un passo dalla pensione parla di “segnali di grande disagio: tra le cause anche la delegittimazione politica”. Ma noi vogliamo vederla questa sofferenza della magistratura, il disagio nei nostri giovani colleghi?” si chiede, franca e ostinata, la presidente della Cassazione, Margherita Cassano. “Un numero crescente di giovani studenti che hanno già superato il concorso in magistratura, particolarmente impegnativo, al termine del tirocinio lascia per altre professioni. Tanti”. Oppure: “Ci sono segnali che se non affrontati subito, porteranno a una deriva burocratica della giustizia”.
Un colpo che potrebbe apparire un amaro passo d’addio, visto che Cassano consegna la riflessione dal luogo simbolo di Villa Castelpulci, mentre si intitola a Valerio Onida la scuola superiore della magistratura a Scandicci, quando la prima donna al vertice della suprema Corte è letteralmente a un passo dalla pensione: solo 48 ore fa è stato eletto dal Csm, con Mattarella a presiedere i lavori, Pasquale D’Ascola come suo successore. Eppure due elementi scoraggiano questa interpretazione dal sapore passatista.
Da un lato, Cassano assicura: “Il lavoro mi mancherà, ma da martedì prossimo sarò una felice pensionata. Fino all’ultimo siamo senza troppo respiro, anche lunedì sarò in Parlamento per l’ultima audizione sulle riforme”, e non è escluso che uno dei suoi tanti impegni sociali o culturali torni presto a riempirle l’agenda. Dall’altro lato, la presidente ha più volte posto questo tema, con forza, anche in plenum, citando con una certa severità i dati che erano appena stati forniti dalla consigliera togata Maria Luisa Mazzola. Ben 38 magistrati di prima nomina, i cosiddetti mot, su circa 800 (relativi agli ultimi due concorsi) hanno rinunciato e preferito altre amministrazioni o professioni. Una percentuale “che non avevamo mai visto”, la premessa. “Sono profonde e varie, le strade che hanno portato a questo. Ma diciamocelo - ragionava già Cassano - a tanti lavoratori sono richiesti sacrifici, e i magistrati hanno anche un diverso e migliore trattamento economico. Noi stessi abbiamo attraversato stagioni dure e complicate, il terrorismo, le sfide della criminalità di vario livello, eppure non conoscevamo sabato e domenica, avevamo il sorriso e la consapevolezza di svolgere un compito alto, importante. Quindi abbiamo il dovere di interrogarci, e capire il perché del disagio”.
Ma per una toga autorevole, che per 45 anni ha attraversato le stagioni della magistratura italiana, quali sono le cause? “Tante, e diverse tra loro - risponde Cassano a Repubblica, a margine dei suoi applauditi interventi - Ad esempio, alcune modalità di lavoro e accumularsi di carichi che, specie nel civile, sono stati acuiti dalle decisioni post-Covid, dalle attività rese a distanza, dalla mancanza di un contatto umano, nell’assenza dello scambio quotidiano e proficuo tra colleghi, che resta la prima dimensione del servizio”.
E poi, “certo - scuote la testa - credo influisca, in fondo, anche il clima che c’è nel Paese. Mi riferisco alla delegittimazione che si sta facendo della magistratura, ai timori che in alcuni possono serpeggiare. E alla conflittualità che non fa bene all’armonia che si deve coltivare tra poteri dello Stato”. Zero nostalgia del passato, dunque. Ma anzi gli occhi rivolti al futuro. “Non possiamo consentirci una deriva impiegatizia, e il rischio esiste”. Per questo, Cassano è tornata a pungolare: tutti, colleghi, politica, classe dirigente. “Vedo che sta passando anche l’idea che in un ideale bilanciamento debbano prevalere le proprie aspettative individuali di vita, come magistrato, rispetto a quelle di chi ci chiede giustizia”. Eppure, non dovrebbe essere questa la stessa polare. “Di fronte alle attese di un corpo sociale, di fronte ai drammi umani che ci sfilano quotidianamente davanti, non si può mettere sempre al primo posto la propria stanchezza”. Il monito è per oggi, e non va in pensione.











