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di Tommaso Ciriaco e Fabio Tonacci

La Repubblica, 7 febbraio 2023

Nella risposta alla richiesta di accesso agli atti del deputato Bonelli, il ministero prova a dribblare le accuse: “Documenti divulgabili anche se di norma inaccessibili”. Nel tentativo di salvare il sottosegretario Andrea Delmastro e il deputato di Fratelli d’Italia Giovanni Donzelli, il ministro della Giustizia Carlo Nordio si aggrappa di nuovo all’arzigogolo giuridico. Questa volta inserito non in un comunicato stampa ma nella risposta all’istanza di accesso agli atti presentata da Angelo Bonelli dei Verdi, che ha chiesto di avere le stesse carte su Cospito da cui il deputato ha attinto per scagliarsi in Aula contro l’opposizione. Risposta che per forza di cose doveva essere positiva, altrimenti la linea del governo Meloni, riassumibile in “Donzelli e Delmastro potevano averle, nessun segreto d’ufficio è stato violato”, sarebbe crollata all’istante. E però la via d’uscita è tutt’altro che un’agile discesa.

Dunque il ministero, replicando a Bonelli, ribadisce che il documento nella disponibilità di Donzelli - una scheda di sintesi del Nucleo investigativo centrale (Nic) della Polizia penitenziaria relativa alle attività dell’anarco-insurrezionalista recluso al 41 bis nel carcere di Bancali - non era in alcun modo classificato. Di più: pur contenendo le dichiarazioni di boss mafiosi, “era divulgabile”. Allo stesso tempo da via Arenula sono costretti ad ammettere che quella scheda del Nic non si può avere neanche tramite l’accesso agli atti perché coperta da un decreto ministeriale (il 115 del 1996) che, per tutelare l’ordine e la sicurezza pubblica, la rende inaccessibile.

Infatti, e non a caso, il richiamo al decreto 115 appare in calce alla relazione di servizio che riporta la visita a Cospito dei quattro parlamentari Pd Debora Serracchiani, Andrea Orlando, Silvio Lai e Walter Verini. Curioso che il sottosegretario Delmastro, già avvocato della premier Giorgia Meloni (le sta seguendo la causa contro Roberto Saviano), non abbia considerato il rischio di incappare nel reato di rivelazione di segreto d’ufficio quando ha consegnato al suo coinquilino Donzelli parti della scheda. È proprio questo il punto su cui sta indagando la procura di Roma e che spaventa, non poco, Donzelli, Delmastro e lo stesso Nordio.

Se non è accessibile, come ha fatto il Gabinetto del ministro ad accettare parzialmente la richiesta di Bonelli, inviandogli solo le tre pagine (49, 53 e 53) del documento dove si leggono i virgolettati di Cospito? Allargando a dismisura la facoltà di sindacato ispettivo dei parlamentari. In pratica, ha considerato l’istanza di Bonelli alla stregua di una interrogazione parlamentare, quindi “atto ascrivibile latu sensu al sindacato ispettivo”. Peccato però che neanche in questo modo Donzelli ne esce: non ha fatto né l’accesso agli atti né una domanda scritta che, al limite, poteva rientrare nella formula larga pensata a via Arenula. Ne conosceva il contenuto perché gli è stato rivelato dal sottosegretario, scavalcando ogni procedura istituzionale. E volutamente esagerando ciò che quella carta non dice.

Delmastro sostiene che i quattro, durante la vista a Bancali, si siano “inchinati” alla mafia. Ma Repubblica ha potuto leggere la relazione di servizio del Gruppo operativo mobile (altro reparto della Penitenziaria) sull’incontro, durato 48 minuti: non c’è stato alcun inchino, piuttosto l’ennesimo monologo di Cospito.

La visita comincia alle 11.25 della mattina del 12 gennaio. La delegazione Pd è davanti alla cella n.24 e Cospito si affaccia al cancello. “Non ho niente da dire se prima non parlate con gli altri detenuti, solo dopo avrò qualcosa da dire”, fa lui. Il poliziotto del Gom annota: “A tale frase la delegazione si affacciava alla camera numero 25 dove c’è il detenuto al 41 bis Francesco Di Maio (boss dei Casalesi, ndr), che salutava la delegazione e riconosceva Orlando quale ex ministro della Giustizia”. Sente Di Maio esclamare: “Ora siamo inguaiati”. Il tono e la circostanza fanno pensare all’operatore che “probabilmente intendeva dire che prima, nel periodo in cui Orlando era ministro, si stava meglio, mentre ora si sta peggio”. Orlando, sul punto, sottolinea di aver interpretato l’esclamazione come “un fastidio per il fatto che si creasse eccessiva attenzione sul 41 bis di Bancali, con possibili restrizioni”. Aggiungendo: “I deputati hanno detto con fermezza a Cospito che erano lì a verificare le sue condizioni di salute dopo 80 giorni di sciopero della fame”.

Il 55 enne, condannato a trent’anni per la gambizzazione del dirigente di Ansaldo Nucleare Roberto Adinolfi e per le due bombe fatte esplodere all’ingresso della scuola allievi carabinieri di Fossano, dice di stare fisicamente bene e di essere seguito “benissimo” a livello sanitario, poi si lancia in un rosario di lamentele sulle condizioni detentive e sulle, a suo giudizio, vere ragioni della reclusione al carcere duro. “Solo per la mia ideologia”. Un monologo, lo definisce il poliziotto. “Noi anarchici, che ora conosciamo anche questo mondo, non smetteremo di lottare sino a quando non sarà abolito”.

Cospito mostra di sapere cosa si sta muovendo fuori, le manifestazioni e i gesti dimostrativi in giro per il mondo in sua solidarietà. “Continuerò la mia protesta fino alla fine, non ho niente da perdere”. E sulla Fai-Fri Federazione anarchica informale-Fronte rivoluzionario internazionale, spiega: “Non siamo un’associazione mafiosa, siamo soggetti che seguono ideali e che probabilmente nemmeno ci conosciamo. Come faccio io a essere il capo di un’associazione, ad esempio la Fai-Fri, che ha sostenitori in tutto il mondo?”, si chiede poco prima di salutare la delegazione. Che lascia il carcere sassarese quando sono le ore 12.13.