di Marco Patarnello*
Corriere della Sera, 1 novembre 2019
Dopo la sentenza della Corte costituzionale sull'ergastolo ostativo. Parafrasando una bella canzone che impazza sul web, si potrebbe dire che la decisione della Corte costituzionale che rimuove il divieto di concedere i permessi premio ai condannati per mafia che non intendono collaborare con la giustizia ce la chiede la Corte europea per i diritti dell'uomo.
Ma non sarebbe esatto. Leggeremo le motivazioni di questa rivoluzione che la nostra Corte sta disegnando, ma la decisione italiana non si limita ad intervenire sull'ergastolo ed ha scritto una pagina che si estende a tutte le pene in materia di mafia. E che probabilmente non si limiterà ai soli permessi, ma affermerà un principio legato a doppio filo anche agli altri e ben più significativi benefici penitenziari.
Il tema è complesso e delicato, si interseca con la sofferenza profonda di molte persone e non merita di essere banalizzato con approcci scandalizzati o superficiali, ma non si può neppure pretendere che venga esaminato senza calarlo nella realtà della società italiana del 2019. Il tema del rigore carcerario nei confronti dei condannati per mafia (o per coloro che la favoreggiano, come è accaduto, ad esempio, per Dell'Utri e Cuffaro) è stato da tempo al centro di ben noti interessi criminali e politici, che tuttavia non sono mai riusciti a scalfire questa legislazione.
Oggi la Corte, verosimilmente con la penna del relatore Zanon, scrive il perimetro di questa nuova pagina sulla pena, in cui ogni parola peserà come un macigno e affida alla magistratura di sorveglianza il ruolo di Atlante. Non è questa la sede per una riflessione giuridica senza ipocrisie e senza cinismo sulla funzione della pena e sui limiti della ragion di Stato, temi difficili ed entrambi profondamente incisi dalla decisione della Corte.
Ma credo esista lo spazio - e, penso, anche il dovere - per un magistrato di sorveglianza come me per dire qualche parola comprensibile per l'opinione pubblica su un tema così incidente sul patto sociale e sulla vita della comunità italiana.
La magistratura di sorveglianza ha il petto largo e l'entusiasmo necessario per affrontare la delicata sfida che la decisione della Corte le ha lanciato e farà tutto il possibile affinché questa sia l'occasione per una migliore umanizzazione della pena e non diventi l'occasione per un arretramento nel contrasto alla mafia o per far sentire ancor più isolato e abbandonato chi già ha subito o subisce tuttora la violenza quotidiana e l'assenza dello Stato in molte zone del nostro Paese.
Ma i problemi ci sono. Quella della Corte è una decisione di raffinatissima civiltà, ma adatta ad essere calata in uno Stato solido, con un patto sociale sufficientemente condiviso, dinamiche sociali adeguatamente governate e con un ragionevole controllo del proprio territorio. Uno Stato percepito come un interlocutore presente e autorevole. Ma diversamente da quanto è avvenuto sul terrorismo, il nostro Paese non ha ancora vinto la battaglia che lo condusse alla legislazione di emergenza sul terreno della lotta alla mafia.
Ci sono ampie zone del nostro territorio che ancora oggi sono sottratte alle dinamiche e alle regole comuni e al controllo dello Stato. Tutto il Paese, sia pure in modo diverso, ne è pervaso. Sono molti gli anelli deboli della catena che regola le decisioni della magistratura di sorveglianza circa la concessione dei benefici.
È di pochi giorni fa l'allarme lanciato dal Procuratore della Repubblica di Napoli circa il controllo di taluni istituti penitenziari da parte della criminalità. Non il controllo di Platì o di San Luca, ma di importanti carceri italiani. E il Procuratore Melillo non è un allarmista o un giustizialista. Non basta che la comunità dei giuristi immagini o ritenga che l'Italia sia la punta di diamante della civiltà moderna perché l'Italia lo sia davvero.
Compete a chi ha la responsabilità di governare questo Paese fornire la magistratura e quanti operano in questo settore degli strumenti necessari a uno Stato che si vuole così importante. Compete a chi rappresenta il Paese legiferare in modo da tenere unito il patto sociale e consentire a tutti di vivere in un paese civile. Chi è dentro il carcere e chi ne è fuori.
*Giudice del Tribunale di Sorveglianza di Roma









