di Francesco Zanotti
Avvenire, 1 settembre 2019
L'impressione è sempre notevole. Ogni volta la stessa. Ci provi a contarli tutti quei possenti cancelli blindati che si chiudono al passaggio. Ma poi perdi il conto. 1, 2, 3...12, 13, 14... si va di certo oltre 20. Pazzesco. Questo è quello che separa il mondo qua fuori, il nostro di uomini liberi e il loro, quello dei detenuti, di chi vive dietro le sbarre, privato della libertà.
La casa di reclusione "Due Palazzi" a Padova è una città nella città. Più di 600 i reclusi, quasi tutti con condanne definitive anche molto lunghe. Diversi con il fine pena mai. Si tratta di un carcere moderno, di massima sicurezza, ma dentro al quale è possibile proporre eventi inusuali. Come è accaduto venerdì 23 agosto, quando dentro le mura di quei fabbricati si è svolto un incontro/concerto straordinario. Giovedì, al Meeting di Rimini, è andato in scena "Venezuela - il popolo il canto il lavoro".
Il canto per prendere coscienza che qualcosa è ancora possibile. E dalla Riviera romagnola gli artisti e alcuni amici sono partiti alla volta della città veneta per entrare dentro le mura di una casa di reclusione. Il ponte tra Meeting e detenuti viene realizzato dalla cooperativa sociale "Giotto" guidata dal presidente Nicola Boscoletto.
L'associazione da anni offre opportunità di lavoro a quanti sembrano averle smarrite. È qui che le canzoni arrangiate dai musicisti portati da Alejandro Marius di Trabaco y Persona di Caracas hanno scatenato l'entusiasmo delle persone detenute, sotto lo sguardo del direttore Claudio Mazzeo e dei magistrati di sorveglianza Linda Arata e Lara Fortuna. Sui versi della canzone "Cantos de pilon", il pubblico ha intonato il ritornello "Io io" che ha coinvolto tutti in un ballo. "Sciocco è colui che si lamenta senza che nulla gli faccia male", ripete il brano.
Come non leggere un parallelo tra chi vive qui dentro, chi, oltre oceano, deve fare i conti con la mancanza dell'energia elettrica e di generi di sussistenza e chi invece, come noi, spesso si lamenta per nulla. "Bellissimo, travolgente", ha detto commosso il leccese Giampaolo, sposato, una bimba di 10 anni a casa. "Qua non si era mai visto un fatto del genere".
E mentre lo accompagno a stringere la mano a chi oggi ha abbattuto un pezzo di muro, mi tornano in mente le porte e i cancelli attraversati due ore prima. Qui non ci sono distanze. Non esiste più il dentro e il fuori. Ci sono uomini e donne, tutti con gli stessi pensieri, le stesse speranze, le stesse trepidazioni. Le distanze si accorciano.
Gli sguardi si incrociano, gli occhi si fanno lucidi. "Per quello che oggi avete donato qua, in questo luogo per nulla semplice - dice Boscoletto - e per la passione che avete messo vi siete conquistati un pezzettino di paradiso": una ricompensa che è già in quello che ci portiamo a casa. Emozioni, come quelle che ci trasmettono Guglielmo, 47 anni, da 26 in carcere, o di Roberto, ragioniere svizzero 54enne, da 16 dietro le inferriate, 3 figli e 2 nipoti. Non puoi credere ai loro racconti. Eppure sono le storie di tutti noi, delle nostre e delle loro famiglie. E quello che prima ci separava, ora non ci divide più.









