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di Stefano Musu


La Ragione, 12 novembre 2021

 

Ci si interroga spesso su quale sia il metro di misura più efficace per distinguere il grado di umanità di una società moderna e democratica. Qualcuno risponderà che lo possiede quella che abbia riguardo di indigenti, senzatetto e migranti, anime troppo spesso vittime dell'avversa sorte; altri diranno che l'umanità si misura nella non discriminazione per ragioni legate all'orientamento sessuale, religioso o politico dei singoli, vessati per non essere omologati alla maggioranza dei consociati.

Alcuni sosterranno che l'umanità si misura a partire dal livello di inclusione nei luoghi di vita e di lavoro dei diversamente abili, incolpevoli prigionieri di un corpo che non funziona a dovere e che li costringe a fare continuo affidamento su terzi. Tutte queste possibili risposte rappresentano altrettante battaglie sulle quali ha fondamento parte del dibattito politico attuale, in cui si consumano scontri tra ideologie opposte e scuole di pensiero divergenti.

Nonostante negli ultimi anni si sia molto parlato di accoglienza (latu sensu) e di una società che si sforza di non lasciare indietro nessuno, ancora in pochi volgono le proprie attenzioni a quelli che siedono in coda, ultimi fra gli ultimi, nella 'tavola dell'umanità': sono coloro ai quali è stata tolta la libertà e che formano la popolazione carceraria.

Nei penitenziari italiani dimorano oltre 53mila individui e quasi un terzo di essi non ha ricevuto una sentenza di condanna che giustifichi la propria prigionia. Queste donne e uomini - e purtroppo anche diversi bambini, troppo piccoli per essere separati dalle madri detenute - vivono nella stragrande maggioranza dei casi in situazioni al limite della (in)decenza, costretti in celle troppo piccole, fatiscenti e sovraffollate. Spesso i detenuti non dispongono neppure delle dotazioni minime in termini igienico-sanitari: dormono in materassi vecchi e ammuffiti, si nutrono con cibo scadente e razioni limitatissime, non godono dell'acqua calda in cella.

In pochi possono lavorare, perché le liste di attesa sono troppo lunghe e i posti disponibili limitatissimi. Queste persone, comunque parte della società nonostante i reati (accertati o meno) imputati, vedono scivolare via la propria vita giorno dopo giorno senza che la chimera della pena riabilitativa, cui il carcere dovrebbe tendere, li prepari a un ritorno 'sano' in libertà. Non ci è dato sapere dove risieda il sentimento di umanità, quel che è certo è che pare essersi fermato a debita distanza dalle sbarre.