di Maria Serena Natale
Corriere della Sera, 11 febbraio 2021
I governi nazionalisti stringono la presa da Varsavia a Budapest, dove da anni il pluralismo dell'informazione è sotto scacco. Durante la Guerra fredda a nessuno sfuggiva la potenza di fuoco delle onde corte e le voci dell'Occidente libero sorvolavano la Cortina di ferro su frequenze puntualmente disturbate dai sovietici. Poi venne il 1989, i regimi si sbriciolarono e nel Centro-Est Europa l'onda democratica generò forze liberali e nuove radio. A Budapest il giovane Viktor Orbán si fece strada nel partito anti-comunista Fidesz, accanto a giovani entusiasti che anni dopo avrebbero fondato Klubrádió, una Radio Radicale magiara che sul canale 92,9 ancora ospita accesi dibattiti critici del governo. Oggi Orbán è il premier che ha fatto della democrazia illiberale una bandiera, e domenica 14 febbraio a mezzanotte Klubrádió, ultima voce libera d'Ungheria, spegnerà i microfoni.
I giudici hanno respinto il ricorso dell'emittente contro la decisione dell'Autorità nazionale dei Media, che lo scorso settembre ha bloccato il rinnovo della licenza. Il potente Consiglio, fondato nel 2010 (l'anno della prima elezione di Orbán) e composto da 5 membri di nomina parlamentare, nel 2013 aveva già revocato alla radio il permesso di trasmettere fuori dalla capitale. Ora lo stop, per un ritardo amministrativo. Klubrádió trasloca online, chiede una nuova frequenza, si rivolge alla Corte Suprema. La Commissione Ue contatta le autorità "per accertare il pieno rispetto delle norme comunitarie e consentire alla radio di continuare a lavorare". Ma da anni in Ungheria il pluralismo dell'informazione è sotto scacco, progressivamente eroso dalle leggi sui media del 2010, da passaggi di proprietà e accorpamenti editoriali.
Nel 2018 cinquecento tra giornali e stazioni radio-televisive che coprono circa il 40% dei ricavi dei media nazionali sono stati trasferiti a un maxi conglomerato controllato dal governo. Lo Stato è il primo inserzionista, in un panorama dove la concorrenza è azzerata e chi investe in pubblicità dribbla i pochi organi di stampa liberali rimasti, per evitare ritorsioni. "Spegnendo Klubrádió l'egemonia delle emittenti filo-governative arriverà al 100% - avverte l'Associazione nazionale dei giornalisti. Un fatto senza precedenti in Europa". Sui 180 Paesi dell'International Press Freedom Index nel 2020 l'Ungheria si piazzava all'89esimo posto. Nel 2006 era al sesto.
Stesso vento in Polonia, dove giornali ed emittenti sono in agitazione contro una nuova "tassa di solidarietà" proposta dal governo nazional-conservatore per sostenere le finanze pubbliche al tempo dell'emergenza pandemica e, nelle parole del premier Mateusz Morawiecki, per costringere i giganti tech come Google, Apple, Facebook ed Amazon a fare la loro parte. Il sito del quotidiano Gazeta Wyborcza si vela di nero, come TVN24 ed altri canali tv che al pubblico lasciano poche parole: "I vostri programmi dovevano andare in onda qui".











