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di Ilaria Dioguardi

vita.it, 6 marzo 2026

Nelle carceri italiane circa 2mila detenuti sono iscritti all’università. Marina Formica (Università di Roma Tor Vergata): “Il tasso di recidiva crolla tra chi intraprende un percorso universitario. E l’università svolge una funzione nevralgica di mediazione culturale tra carcere e opinione pubblica”. Roberta Paltrinieri (Università di Bologna): “La cultura offre potenzialità a chi deve immaginarsi in una prospettiva futura. Il diritto alla bellezza è una nuova forma di cittadinanza”. Un incontro al Cnel. A Roma si è svolta la prima “Giornata nazionale della ricerca universitaria in favore dell’articolo 27 della Costituzione”, organizzata dal Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro - Cnel nell’ambito del programma “Recidiva Zero”, realizzato dallo stesso Cnel in collaborazione con il ministero della Giustizia, per favorire l’inclusione sociale e lavorativa delle persone private della libertà personale attraverso studio, formazione e lavoro in carcere e fuori dal carcere.

Un progetto che mira a costruire un ponte tra il sistema penitenziario e la società, coinvolgendo istituzioni, imprese, sindacati, volontariato e, appunto, il mondo dell’accademia.

“L’articolo 27 della Costituzione indica una rotta chiara: la pena deve tendere alla rieducazione. Nella realtà, però, lo squilibrio tra sicurezza e rieducazione, unito allo stigma sociale, rappresenta il principale freno al reinserimento”, ha detto il presidente del Cnel Renato Brunetta. “Dobbiamo superare la contrapposizione ideologica tra questi due concetti e investire in percorsi orientati a un’uscita positiva dal carcere, per trasformare la pena in uno strumento di prevenzione”.

Secondo Brunetta, i dati parlano chiaro: “La recidiva passa dal 70% a meno del 10% dove si attivano istruzione e lavoro. Ma non basta. Serve un cambio di paradigma per abbattere lo stigma che rende il reinserimento un percorso a ostacoli. Occorre coraggio politico per rivedere norme e consuetudini, valorizzando la premialità e un progetto di vita diverso. La rieducazione è un percorso collettivo che richiede un ‘idem sentire’ tra istituzioni e società. È un investimento che conviene a tutti: una persona recuperata è una garanzia di sicurezza per l’intera comunità”.

“Mettere al centro il ruolo della ricerca universitaria nell’attuazione dell’articolo 27 della Costituzione significa riaffermare che la pena ha senso se apre a possibilità di rigenerazione”, ha affermato il ministro dell’Università e della ricerca Anna Maria Bernini in un videomessaggio. “Con la Conferenza dei rettori stiamo lavorando alla sperimentazione di modelli che consentano la partecipazione alle attività formative anche agli studenti non detenuti all’interno delle aule perché il confronto tra pari rafforza la motivazione allo studio e sostiene emotivamente la difficile fase della detenzione”.

“La giornata di oggi non è una giornata sulle emergenze”, ha detto Francesco Bonini, rettore Università Lumsa e vicepresidente Conferenza dei rettori delle università italiane-Crui.”Quello del sistema carcerario non è un sistema in emergenza ma un luogo di investimento da parte delle istituzioni, quindi anche delle università. È un luogo in cui tutte le università lavorano mettendo a disposizione la circolarità dei saperi”.

“Il ruolo centrale l’università se lo deve ritagliare all’interno del sistema carcerario. Si conquista passo a passo. Questa è una prima giornata, noi già guardiamo a quella che sarà la seconda”, ha sottolineato Giancarlo Monina, presidente della Conferenza nazionale dei delegati dei rettori per i poli universitari penitenziari-Cnupp. Nata nel 2018, alla Cnupp aderiscono 54 università, coinvolge 120 istituti penitenziari, sono circa 2mila le studentesse e gli studenti iscritti ai corsi di laurea.

“Cosa vuol dire parlare oggi di ricerca universitaria in ambito penitenziario? Vuol dire che il carcere non può essere un altrove separato dal tessuto economico e sociale del Paese”, ha detto Marina Formica, Università di Roma Tor Vergata. “Non studiamo più solo il detenuto, ma l’interazione che si viene a creare tra lo staff e i gruppi ristretti. È fondamentale il ruolo dei poli universitari penitenziari, l’università svolge una funzione nevralgica di mediazione culturale tra carcere e opinione pubblica. Il tasso di recidiva crolla tra chi ha intraprende un percorso universitario, attraverso il quale una persona detenuta diventa soggetto di conoscenze”. La cultura”, ha proseguito Formica, “diventa lo strumento per immaginare futuri alternativi. Un altro aspetto da tenere presente è che lo studente detenuto sviluppa una nuova appartenenza, si sente membro di una comunità accademica oltre che parte di una comunità ristretta”.

“Il sistema dell’esecuzione penale italiano vive una fase di profonda trasformazione, che investe non solo i volumi dell’utenza ma la struttura stessa della risposta punitiva”, ha detto Giuseppe Caputo, Università di Firenze. I dati lo documentano con chiarezza. “Al 31 dicembre 1997 la popolazione in esecuzione penale contava 60.020 unità; al 31 dicembre 2024 raggiungeva 154.185, con un incremento del 156%”.

La trasformazione più significativa riguarda però la composizione interna del sistema: “Nel 1997 l’82% dell’utenza era detenuta e il 18% in misure alternative; nel 2024 i detenuti scendono al 40%, mentre il restante 60% si distribuisce tra misure alternative (33%) e lavori di pubblica utilità e pene sostitutive (27%)”. Ma questa riconfigurazione non ha prodotto effetti deflattivi sul carcere: i detenuti sono aumentati dai 49.155 del 1997 ai 61.861 del 2024, in una dinamica coerente con il fenomeno del net-widening, in cui l’espansione delle misure non carcerarie accresce la capacità recettiva del sistema senza ridurre la detenzione. 

“Dal 2026 la Fondazione Cariplo nelle carceri porta avanti diverse esperienze, con un investimento di 20 milioni di euro in progetti e speriamo possano esserci altre risorse”, ha detto Valeria Negrini, vicepresidente della Fondazione Cariplo. “Abbiamo consegnato una proposta di un nuovo progetto di housing. In Lombardia ci sono 8976 persone detenute, delle quali 413 sono donne. Il 35% della popolazione ristretta potrebbe accedere a misure alternative ma non lo fa per assenza di condizioni abitative, un terzo di questo 35% ha meno di 35 anni. “Quello che possiamo fare noi, coinvolgendo anche il Terzo settore e i servizi pubblici presenti sul territorio, può rappresentare un modello che può essere esportato in altre regioni”. Negrini ha sottolineato che “sarebbe importante avere una mappatura omogenea e non frammentata delle esperienze dentro e fuori dal carcere”.

Di “welfare culturale come risorsa” ha parlato Roberta Paltrinieri dell’Università di Bologna. “Il welfare culturale nasce dal concetto che la cultura cura. La cultura è la risposta al bisogno di dare delle potenzialità a coloro che devono immaginarsi in una prospettiva futura. Occorre pensare al diritto alla bellezza come nuova forma di cittadinanza”, ha affermato, riprendendo il tema dell’ultimo numero del magazine VITA, titolato La bellezza è un diritto. Prendiamocela (qui sotto l’anteprima): “Ma senza community building non andiamo da nessuna parte”.

Nel 96% dei casi in cui si fa attività teatrale in istituto, l’impatto generale è positivo, con molti effetti benefici su sistema psicofisico della persona”, ha spiegato Martina Storani, Università Roma Tre. “Circa il 60% degli istituti presentano un’attività teatrale, ma ci sono anche altre esperienze, frammentarie e non continuative”. Il 37% delle attività in carcere sono portate avanti da professionisti, ma il dato risale al 2015 e andrebbe rivisto. Bisogna creare dei sistemi che possano sostenere le attività in carcere, anche con pool di competenze estese”.

“La recidiva in carcere è dovuta principalmente al non rispetto degli articoli 45 e 56 dell’ordinamento penitenziario”, ha detto Emilio Santoro dell’Università di Pescara. Questi articoli disciplinano rispettivamente l’assistenza alle famiglie dei detenuti (e aiuti socioeconomici) e la presa in carico post-penitenziaria, anche l’assistenza sanitaria e lavorativa. “Il carcere è la più grande comunità di tossicodipendenti, la più grande comunità di senza fissa dimora e la più grande cura psichiatrica per sofferenti psichici”, ha continuato Santoro, che ha concluso con una domanda: “Perché la sentenza 99 del 2019 della Corte costituzionale, che prevede che si possa dare incompatibilità per motivi di salute psichica esattamente come motivi di salute fisica, non è stata mai usata?”.