di Raffaella Calandra
Il Sole 24 Ore, 10 maggio 2025
Se è vero che solo la memoria contribuisce ad evitare che quanto è stato possa ripetersi, dovrebbe essere un’urgenza civica collettiva richiamare storie e nomi di chi è rimasto troppo a lungo solo nei ricordi dei propri cari. Come Germana Stefanini, vigilatrice penitenziaria del carcere romano di Rebibbia, unica donna vittima scelta del terrorismo rosso, a cui sono dedicati ora un libro e un podcast. E diventa un’urgenza civica, oltre che giudiziaria, conoscere la verità sulla morte di Fausto e Iaio, frequentatori del centro sociale milanese Leoncavallo, sul cui delitto sono state appena riaperte le indagini. Nomi citati ieri dal presidente del Senato, Ignazio La Russa, insieme a quello di Sergio Ramelli, militante del Fronte della Gioventù, ucciso 50 anni fa.
Un’urgenza da avvertire con ancor maggiore necessità in un momento in cui la violenza verbale è di fatto sdoganata e l’odio è tornato a puntellare il dibattito pubblico. Succede invece che - almeno per ora - sia finita nel nulla la proposta del sindaco di Milano, Beppe Sala, di intitolare una strada a tutti i giovani ammazzati in quegli anni in cui la vita valeva meno di niente; e succede che i familiari di molte vittime di quella stagione abbiano contestato il “mancato coinvolgimento” nell’organizzazione alla Camera della giornata del 9 maggio dedicata alla memoria dei morti per terrorismo e stragi.
“Tralasciare la collocazione degli eventi nel quadro storico in cui sono avvenuti - scrivono - elude quell’auspicato bisogno di comprensione che, per essere tale, reclama che ognuno faccia i conti anche conia propria storia”. In questo quadro assume allora il valore non solo di un pur doveroso tributo ad una servitrice dello stato, trucidata in una coda dell’eversione rossa, ma aiuta a leggere con sguardo più consapevole anche i nostri tempi l’ultimo libro di Giovanni Bianconi, firma di punta del Corriere della Sera, “Una di noi” (Treccani, pag. 192, € 18), dedicato a Germana Stefanini, vigilatrice penitenziaria di Rebibbia la cui viva voce riecheggia anche nell’appassionante podcast di Radio 24 di Elisabetta Fusconi, “Zitta e buona”.
Bisogna ricordare quello che è stato anche per non sottovalutare episodi di un passato recente, come l’incendio di due auto di agenti della sezione femminile di Rebibbia o la molotov contro il portone del carcere o lo striscione apparso in quella stessa estate 2021 alla Prenestina, periferia romana dove viveva Stefanini e dove fu “processata” da tre terroristi. Militanti del Potere proletario armato, che uccisero la figlia di uno stagnaro (idraulico) addetta ai pacchi nel carcere: qui era arrivata perché “morto mio padre dove andavo a lavorare? A questa età dove mi prendono? Dovevo andare a fare la donna di servizio ma non gliela faccio”, rispose ai suoi aguzzini quella sera del 28 gennaio 1983, quasi a giustificare un impiego che l’aveva resa bersaglio di chi nulla voleva sapere delle effettive condizioni di lavoro negli istituti penitenziari. Da profondo conoscitore di quella notte della Repubblica, Bianconi ricostruisce l’intero contesto in cui maturò il delitto in una fase in cui il terrorismo era stato già piegato “nelle aule dei tribunali e non gli stadi”, secondo un’espressione attribuita a Sandro Pertini.
L’allora Presidente della Repubblica partecipò ai funerali di Stefanini e una settimana dopo - registrano i diari del Quirinale citati nel libro - andò a trovare in ospedale Paolo di Nella, diciannovenne del movimento giovanile del Msi dopo una brutale aggressione. Perché “la violenza, l’odio e il terrorismo agiscono contro tutto il popolo italiano. Io che voglio essere il presidente di tutti gli italiani - disse a quanti lamentavano di essere vittime di serie B - non posso che condannare gli aggressori di Paolo. Qualunque sia la loro matrice politica”. Parole per unire. Ponti, come quelli evocati da Papa Leone XIV.
Oggi, nel carcere femminile di Rebibbia - intitolato a Germana Stefanini - d sono ancora recluse sei ex appartenenti a gruppi armati degli anni di piombo, cinque ammesse al lavoro esterno, una in semilibertà. Perché la Costituzione scommette sul cambiamento anche degli autori dei reati peggiori, come Marta, Fabio o Emilio, nomi di battaglia di chi nel1983 fece ritrovare in un’auto le spoglie dell’agente penitenziaria. Come fecero le Br i19 maggio 1978: la Peugeot rossa invia Caetani, il corpo del presidente Dc Aldo Moro nel portabagagli. Immagini, che hanno cambiato la storia. Moniti, perché quello che è stato non si ripeta.











