di Giuliano Cazzola
huffingtonpost.it, 22 gennaio 2023
C’è un settore deviato della magistratura inquirente, che si è arrogato il diritto non di applicare le leggi, ma di abusare di un’autonomia irresponsabile e che è rivolta a riscrivere la storia del Paese secondo una narrazione ideologica.
L’uso e l’abuso delle intercettazioni telefoniche sono importanti corollari della questione giustizia in Italia. Ma il dibattito che si è aperto dopo la cattura di Matteo Messina Denaro gira, da parte di ambedue le fazioni, intorno al problema, come se, ai suoi tempi, gli investigatori di Scotland Yard si fossero accapigliati sul tipo di coltello usato per fare a pezzi le vittime, anziché indagare sull’identità di Jack lo Squartatore. Da quando è disponibile un minimo di tecnologia idonea, le intercettazioni sono sempre state effettuate. Ricordo che, quando ero un bambino, mio padre venne convocato al Commissariato per rispondere di una telefonata partita da casa mia ad un numero telefonico a lui sconosciuto. Quando rincasò stupefatto, e raccontò la vicenda, a mia madre (che lavorava da sarta a domicilio) venne in mente che alcuni giorni prima aveva telefonato ad una cliente e che l’apparecchio si era messo a squillare in modo strano. Rintracciò il numero e notò che era simile (erano state invertite due cifre) a quello sottoposto a mio padre, il quale si recò di nuovo al Commissariato portando con sé il taccuino allo scopo di chiarire il motivo di quella telefonata. Il funzionario ne prese nota, riservandosi di avere conferma dalla cliente. Il caso colpì la mia fantasia tanto che me ne rammento ancora dopo tanti decenni.
Certo, oggi in Italia si fanno intercettazioni a strascico, con tecnologie molto sofisticate. Il ministro Nordio ha portato in Parlamento dei dati impressionanti. Da noi le intercettazioni sono circa 120.000 ogni anno, in Francia 37.000 in Inghilterra 3.800. In sostanza, siamo un Paese di intercettati. Per il ministro della Giustizia le intercettazioni attraverso la “diffusione selezionata e pilotata” sono diventate “strumento micidiale di delegittimazione personale e spesso politica”. Con queste parole, Nordio ha fatto riferimento all’uso delle intercettazioni che, attraverso una fuga di notizie, vengono spesso utilizzate per affidare il caso alla stampa e quindi influenzare l’opinione pubblica e la politica prima ancora che arrivi il giudizio in tribunale. La diffusione delle veline ai cronisti amici è finalizzata a ‘sputtanare’ l’indagato, affinchè il pm ne tragga un vantaggio in udienza, come se il suo dovere non fosse quello di fare giustizia ma di vincere il confronto con la difesa ed ottenere comunque una condanna. E’ appena il caso di ricordare che due sostituti procuratori sono rinviati a giudizio per aver omesso delle prove che avrebbero dimostrato la fallacia del teste d’accusa, le cui dichiarazioni erano state usate per mettere sotto accusa una grande holding internazionale, con prove ritenute dal collegio giudicante inconsistenti.
E che dire della c.d. trattativa tra Stato e mafia? Può essere consentita la costruzione di un teorema, che si è rilevato infondato, ma che ha messo in stato di accusa, con dovizia di spettacolarità, le più importanti istituzioni della Repubblica? I giustizialisti rispondono che queste domande tendono solo a impedire le indagini sui reati dei colletti bianchi. Non è così: si potrebbero citare tanti casi di “quidam de populo” che sono incappati nella persecuzione dei pm, prima di essere assolti dopo anni e con formula piena. C’è un procuratore, beniamino dei talk show, che è noto per le periodiche retate compiute con la logica invertita di “colpirne cento per educarne uno”, dal momento che tante persone fatte arrestare - e sbattute regolarmente in prima pagina - vengono rilasciate dopo poche ore. In questi casi, i pm non esitano a mettere in dubbio persino la correttezza dei giudici, perché - lo abbiamo sentito con le nostre orecchie - una persona assolta, a loro avviso, è spesso un colpevole che l’ha fatta franca.
Venendo al dunque, quella della giustizia è una questione squisitamente politica: c’è un settore deviato della magistratura inquirente, che si è arrogato il diritto non di applicare le leggi, ma di abusare di un’autonomia irresponsabile e che è rivolta a riscrivere la storia del Paese secondo una narrazione ideologica. Stalin - del resto - combatteva gli avversari politici, accusandoli di crimini perseguiti dal diritto penale. È quanto da noi - per fortuna senza confessioni estorte e consentendo il diritto di difesa - si è tentato di imbastire con Giulio Andreotti, come se una fase della nostra storia politica non potesse non essere collusa con la criminalità organizzata. Oggi è sotto tiro Carlo Nordio per una certa disinvoltura espositiva nelle aule parlamentari. Nessuno però reagisce quando una persona al di sopra di ogni sospetto come Sabino Cassese, studioso, già ministro e giudice emerito della Consulta denuncia che le procure “oggi sono diventate il quarto potere dello Stato”. E quindi: “La separazione delle carriere è necessaria”. Nel libro “Il governo dei giudici” Cassese scrive che la politica, ovvero governo e Parlamento, hanno aggravato la situazione con leggi che hanno ampliato all’eccesso le competenze del sistema giudiziario aumentandone non solo il carico di lavoro ma anche, di fatto, la discrezionalità. La conclusione, secondo Cassese, sta nello squilibrio del sistema. E non sarà facile rimetterlo a posto. Ma c’è molto altro: il giurista Filippo Sgubbi ne “Il diritto penale totale. Punire senza legge, senza verità, senza colpa. Venti tesi” (edito da Il Mulino), mette in evidenza la trasformazione intervenuta nel diritto e nella procedura penale, tanto da alterare le funzioni che non solo la Costituzione, ma prima ancora gli ordinamenti liberali, ripartiscono tra i diversi poteri dello Stato”. In sostanza (si legga “L’inganno” di Alessandro Barbano sui professionisti dell’antimafia) vi sono settori della magistratura, che, mediante uno sviamento di potere, si propongono - sono concetti espressi pubblicamente - di smontare la società e rimontarla come una costruzione di Lego. Questa è la dottrina degli ayatollah non la linea di condotta di magistrati chiamati a tutelare e preservare lo Stato di diritto. Rimuovere quest’anomalia è divenuta una questione essenziale di libertà.










