di Federico Capurso
La Stampa, 8 settembre 2019
Ferma la volontà di fissare una durata massima di sei anni nei processi. Giarrusso: "Da Orlando una sparata inattesa". Se il vicesegretario Pd Andrea Orlando chiede, pur senza ultimatum, che si "ricominci la discussione" sulla riforma della giustizia targata Cinque stelle, è evidente che sul testo non ci sia ancora sintonia tra i nuovi alleati.
E infatti nel Movimento hanno aggrottato la fronte, dopo aver letto l'intervista al vicesegretario dem pubblicata ieri su LaStampa. "Prima l'uscita di Paola De Micheli sulle concessioni autostradali, poi questa sparata di Orlando - sbotta il senatore M5S Mario Giarrusso, membro della commissione Giustizia. Mi auguro che il Pd voglia iniziare questa esperienza di governo parlando di ciò che ci unisce, non di quello che ci divide".
E come Giarrusso la pensano in molti, nel Movimento, pronti a dare battaglia: "Su alcuni punti della riforma non arretreremo mai". Il "mai" in politica è relativo, ma le trincee che il Movimento sta scavando intorno al testo del Guardasigilli Alfonso Bonafede sono già ben delineate. Resterà ferma la volontà di fissare una durata massima dei processi (6 anni, nell'ultima bozza della riforma). E sembra che non si accetteranno passi indietro nemmeno sull'introduzione del meccanismo del sorteggio per la nomina dei membri del Csm. Anche la riforma sulle intercettazioni voluta da Renzi e firmata da Orlando, che i Cinque stelle hanno messo in soffitta prorogandone l'entrata in vigore a dicembre, "non dovrà tornare", ammoniscono i membri M5S delle commissioni Giustizia di Camera e Senato. Il problema, però, è che all'interno del Pd c'è chi su questi temi solleva delle perplessità. A partire dal limite temporale dei processi. "Una semplificazione populista", la definisce il deputato Gennaro Migliore, ex sottosegretario alla Giustizia dei governi Renzi e Gentiloni. "Ci sono tribunali che vanno veloci, altri che sono lenti - sottolinea. Non possiamo fissare un limite facendo una media ponderata. Bisogna invece intervenire caso per caso".
Le truppe M5S invece hanno una posizione netta e contraria: "Il testo di partenza deve essere quello - dice il deputato Eugenio Saitta, membro della commissione Giustizia; fissare una durata massima è la strada giusta per assicurare tempi certi alla giustizia. Spero che il Pd non faccia come la Lega". Se si aprono spiragli per una concorde revisione della riforma sulle intercettazioni, sul meccanismo di sorteggio per il Csm si solleva invece qualche sopracciglio tra i dem. "Un temo al lotto che non può funzionare", sostengono, chiedendo che si parta da una rosa di nomi selezionati e non "pescati a caso".
Una posizione che non piace ai Cinque stelle, che non mancano mai di ricordare i recenti scandali che hanno scosso il Csm e in cui sono emerse commistioni con la politica per loro "inaccettabili. Quei tempi con noi non possono tornare e il sistema del sorteggio serve proprio a rompere il correntismo. Nessun terno al lotto". La base di partenza, quindi, è già accidentata. Perché se "Orlando è uno con cui si può trovare un punto di caduta - dice ancora Giarrusso - il problema vero saranno le altre cento correnti del Pd che vorranno dire la loro".
La pensa allo stesso modo il senatore M5 S Gianluigi Paragone, da sempre contrario a questa alleanza: "Le micro-correnti saranno una costante con cui dovrà fronteggiarsi Conte", avverte. In questo caso il rischio, per come la vede il senatore grillino, "è che una riforma della giustizia fatta con il Pd abbia la loro impronta, non la nostra. Perché è vero che abbiamo più parlamentari di tutti, ma con questo governo i voti alla Camera e in Senato non si contano, si pesano. E oggi i nostri valgono meno di quelli del Pd".










