di Ennio Amodio*
Il Dubbio, 10 maggio 2024
Lo “sdoppiamento” dell’autogoverno non produrrà l’effetto voluto: un magistrato dell’accusa collocato sullo stesso piano della difesa. Separati in due case identiche, uguali a torri gemelle, con gli stessi piani alti e le stesse forme delle porte e delle finestre. Così il centro destra vuole mettere a dimora giudici e pubblici ministeri in una rinnovata architettura del nostro sistema giudiziario. Verrebbero creati due organi di autogoverno paralleli, destinati a regolare le carriere, rispettivamente, dei magistrati che devono emettere la sentenza e di quelli che, invece, investigano ed esercitano l’azione penale.
Tutto semplice e chiaro, dunque? Può la divisione della giustizia in due versanti, popolati da toghe divenute sempre più simili, avere la forza di creare un fossato tra chi ha il potere di accertare i reati e coloro che invece vanno a caccia di prove per dare fondamento ad una imputazione? Pare proprio di no. Più che una separazione, il progetto del doppio Csm dà vita ad una omologazione. Si vuol far entrare in funzione un ascensore istituzionale che porta i magistrati dell’accusa allo stesso piano dei giudici. E li incorona come se fossero i privilegiati compagni del percorso processuale di chi ha il compito di pronunciare la sentenza. Non era certamente questa la separazione delle carriere cui avevano pensato gli avvocati penalisti e i professori delle Università dopo l’entrata in vigore del processo accusatorio nel 1989. Si voleva un pubblico ministero tutto calato nel suo ruolo di parte, su un gradino all’altezza di quello della difesa, spogliato della veste rituale simile a quella del giudicante. Insomma, un accusatore costretto a bussare alla porta di quest’ultimo, proprio come fa il difensore.
È questa una scelta di democrazia processuale che costituisce il perno dei sistemi vigenti in Inghilterra e negli Stati Uniti. La grande forza morale del rito accusatorio sta proprio nel non contrapporre all’imputato un accusatore dalla statura gigantesca. La Procura è un ufficio che rappresenta la società offesa dal delitto, ma non per questo diventa la depositaria della verità.
Il progetto del centro destra è dunque viziato da uno strabismo istituzionale. Si propone di guardare verso la magistratura requirente per privarla delle somiglianze alla figura del giudice e poi invece ne fa un corpo paludato con il “suo” Csm. E ne accentua così l’attuale patologica tendenza ad esibire i galloni del “guardiano” della giurisdizione.
Ne risulta disatteso l’insegnamento dei padri costituenti che, mediante il disposto dell’articolo 107 comma 4 dalle Costituzione, hanno attribuito al pubblico ministero garanzie diverse e comunque di rango inferiore a quelle dei giudici. È vero che c’è sempre il rischio del risveglio delle velleità di soggiogare le Procure all’esecutivo. Ma per contrastare qualsiasi tentativo in questa direzione, basta ricondurre il controllo sulle grandi linee operative dei pubblici ministeri al Parlamento, come suggeriva un grande costituente come Pietro Calamandrei. Forse però non è il caso di impensierirsi troppo per la riforma costituzionale annunciata dal Governo, con qualche squillo di tromba. Le cronache confermano infatti che da Palazzo Chigi non è uscito ancora alcun testo, mentre si sa che da più di un anno pendono in Parlamento ben quattro disegni di legge che anticipano quasi alla lettera il disegno riformatore ora messo in cantiere. A cosa si deve, allora, la tardiva riscoperta della separazione delle carriere da parte dello stato maggiore della maggioranza? Non è malizioso immaginare che sia tutta una manifestazione di fervore preelettorale che presenta al pubblico una riforma scritta in maiuscoletto per affiancarla a quello a caratteri cubitali che inneggia al premierato.
*Avvocato, emerito di Procedura penale nell’Università di Milano











