di Giovanni Maria Jacobazzi
Il Dubbio, 11 febbraio 2022
Arriveranno oggi in Consiglio dei ministri gli emendamenti alla riforma dell'ordinamento giudiziario e del Csm. Lo hanno stabilito il premier Mario Draghi la ministra della Giustizia Marta Cartabia dopo aver effettuato nei giorni scorsi un ultimo giro di consultazioni con i rappresentanti dei partiti che sostengono il governo. Uno dei temi maggiormente dibattuti è il rapporto fra toghe e politica. Lo slogan più gettonato di queste settimane è stato, infatti, "mai più un caso Maresca", riferendosi all'ex pm anticamorra della Dda di Napoli che si era candidato a sindaco, non venendo eletto, del capoluogo campano. Terminata l'aspettativa per la campagna elettorale, Maresca era tornato in servizio pur essendo il capo dell'opposizione a Palazzo San Giacomo.
Va detto che da oltre venti anni il Parlamento cerca di regolamentare le "porte girevoli" fra l'attività giurisdizionale e quella politica. È importante ricordare che, a parte i vari disegni di legge che sono stati presentati in questo ventennio e che non hanno mai visto la luce, il Csm aveva, nel lontano 2015, approvato all'unanimità un parere molto chiaro al riguardo. Come spesso capita ai pareri del Csm, però, non era stato preso in considerazione, rimanendo una interessante dichiarazione d'intenti. La Costituzione, ricordava il Csm, riconosce la particolarità del ruolo istituzionale dei magistrati, affidando alla legge la possibilità di limitarne il diritto di iscrizione ai partiti politici, ma nulla dice circa la possibilità di limitarne il diritto di partecipare, come candidati, alle elezioni politiche e/ o amministrative, o di assumere incarichi di governo a livello nazionale o locale. Né si esprime in merito alla possibilità di limitare o vietare per legge il rientro in ruolo dei magistrati che abbiano ricoperto cariche elettive. In altri termini, il magistrato gode, come cittadino, di tutti i diritti politici.
Fatta questa premessa, il punto dolente era il non aver mai previsto una aspettativa obbligatoria per la toga che avesse assunto incarichi politico- amministrativo elettivi presso gli enti locali territoriali quali quelli di sindaco, presidente della provincia o della regione, consigliere comunale, provinciale e regionale, presidente o consigliere circoscrizionale, o l'incarico di assessore. Il magistrato poteva e può, ad oggi, proseguire contemporaneamente nell'esercizio delle funzioni giurisdizionali con il solo limite della diversità degli ambiti territoriali. Come per Maresca che è adesso in servizio a Campobasso.
Tale contestualità funzionale, proseguiva il Csm "è sicuramente in grado di inquinare l'immagine del magistrato che operi contemporaneamente in due settori della vita pubblica tanto diversi e ontologicamente alternativi". I ' suggerimenti' del Csm erano chiari: aspettativa obbligatoria per i magistrati che si fossero trovati nelle predette condizioni e divieto di accettare la candidatura nel posto dove avessero esercitato le funzioni prima che fosse trascorso un congruo periodo di tempo. Il parere, poi, indicava come non inconcepibile un divieto di ritorno alle funzioni giurisdizionali per gli eletti, sia al Parlamento sia a un Consiglio comunale. E, ancora, metteva paletti molti stringenti per agli assessori cosiddetti ' esterni', cooptati dal leader regionale o locale di turno, nel momento dell'assunzione dell'incarico, prevedendo cautele temporali più robuste per fugare il sospetto che funzioni giudiziarie precedentemente svolte avessero determinato la ' chiamata' da parte di titolari di cariche politiche.
Un aspetto, da quanto è dato sapere, non affrontato dalla riforma Cartabia e stigmatizzato dal deputato Enrico Costa (Azione) che ha già annunciato propri emendamenti. "E non dimentichiamo le toghe che svolgono incarichi fiduciari, tecnicamente si definiscono di diretta collaborazione, con esponenti politici di primo piano, come ad esempio i capi di gabinetto ed i capi degli uffici legislativi nei ministeri o nelle Regioni. Vengono scelti dal politico di turno, vanno fuori ruolo per il periodo del mandato, poi tornano serenamente nei Tribunali", ha anche ricordato Costa. Il parere del Csm terminava suggerendo la soluzione a tutti i problemi: "Il transito, alla fine della esperienza politica, nei ranghi dell'Avvocatura dello Stato o della dirigenza pubblica" o al più "l'esercizio delle funzioni giudicanti, con la previsione dell'obbligo di degnazione a funzioni collegiali". Il Csm di Luca Palamara aveva visto lungo. Chissà perché la politica ci arriva 7 anni dopo.









