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di Tiziana Maiolo

Il Riformista, 15 giugno 2022

Spira sull’Italia il vento del garantismo? Pare di sì, nonostante solo un cittadino su cinque sia andato a votare per i referendum sulla giustizia. Intanto perché stiamo sempre parlando di circa dieci milioni di persone, donne e uomini che hanno sfidato il silenzio elettorale del sistema informativo pubblico, la data unica nel giorno più caldo dell’anno, il boicottaggio esplicito di quotidiani come Repubblica, Il Fatto e Domani, la pusillanimità di quelli a maggiore diffusione, la disobbedienza civile di quello che il suo leader Enrico Letta definisce “il primo partito d’Italia”, il Pd. Ma soprattutto l’ostilità feroce e ricattatoria dei veri detentori del potere - quello di toglierti la libertà e quindi la vita - cioè gli uomini in toga. Dieci milioni di eroi, comunque abbiano votato, per il Sì o per il No.

L’altro motivo per cui pensiamo che, nonostante le apparenze, il venticello del garantismo stia spirando e si stia facendo sentire, è stata la qualità del voto e del suo risultato. La percentuale “schiacciante”, come l’ha definita Carlo Nordio, dei voti positivi su ordinamento giudiziario, separazione delle funzioni e Csm, è lo specchio di una critica forte da parte di molti cittadini sulla fisionomia e il funzionamento della magistratura. È risibile che i rappresentanti del sindacato delle toghe gongolino perché non è stato raggiunto il quorum. Il fatto stesso che i voti siano stati differenziati, e che percentuali intorno al 75% abbiano bocciato l’attuale amministrazione della giustizia, dovrebbe far loro riflettere, perché si tratta dell’altra faccia della medaglia rispetto al fallimento della manifestazione del 16 maggio contro la riforma Cartabia.

Sono tanti i motivi per cui anche l’Italia, buona ultima dopo la Francia, dove un cittadino su due non va alle urne, più o meno come negli Stati Uniti, rivela sempre più una sostanziale pigrizia, che è ormai sfiducia, sia nei confronti degli istituti della democrazia rappresentativa che in quella diretta (cioè i referendum). Se solo la metà dei cittadini va a votare per un sindaco stimato come quello di Genova, per quale motivo lo stesso 50% dovrebbe correre alle urne per esprime la propria opinione su quesiti di cui si ritiene non riguardi direttamente la vita quotidiana dei cittadini? Cioè quello di cui si parla la sera a tavola o con gli amici. Immaginate le percentuali se si fosse trattato di decidere sul fine vita, o le frotte di giovani a votare sulla cannabis?

Siamo pronti a scommettere anche sulla responsabilità diretta dei magistrati. E qui entriamo nel secondo motivo che tiene tanti cittadini lontani dalle urne. Ancora una volta è la sfiducia. Si dirà che il clima di oggi non è lo La percentuale schiacciante di Sì su ordinamento giudiziario, separazione delle funzioni e Csm, è lo specchio di una critica forte da parte di molti cittadini alla magistratura. Il garantismo è una pianticella ma diventerà presto un albero... stesso di quello che nel 1987, in tempi in cui il quorum dei votanti era il 65%, ben otto cittadini su dieci si era espresso perché i magistrati pagassero personalmente per i propri errori. Certo, c’era stato il “caso Tortora”. Ma quanti, reali o probabili, casi Tortora esistono oggi, dopo che Luca Palamara ha scoperchiato gli altarini dietro cui si nascondono certe decisioni di alcuni pm o giudici? Che cosa è successo dopo quel voto di allora? Non solo il fatto che la legge sancisce che sia lo Stato a mettere le toppe, pagando di tasca propria, per gli strafalcioni dei magistrati, ma anche che comunque tutti, ma proprio tutti (le famose maggioranze bulgare) restano impuniti. Sia sul portafoglio che sulla carriera. Inutile ripetere per la millesima volta le percentuali e i dati ufficiali. Il risultato del referendum è diventato carta straccia.

Benché non ci sia stato consentito dalla Corte Costituzionale, e soprattutto dal suo nuovo Presidente Giuliano Amato, di votare su fine vita, cannabis e responsabilità civile, quelle percentuali così alte (stiamo sempre parlando di sette-otto milioni di voti, quasi l’intera Lombardia) di Sì su ordinamento giudiziario, separazione delle funzioni tra magistrati e Csm, mostrano come ormai il vento del garantismo miri a scompigliare le chiome delle toghe.

E come, lo dice il professor Sabino Cassese, la questione giustizia sia diventata questione sociale. Per i tempi dei processi certo, ma anche perché i magistrati sono visti come troppo politicizzati e poco indipendenti, oltre che troppo inseriti negli altri corpi dello Stato, come il Parlamento e il Governo. Il Partito delle procure in particolare, è percepito come troppo vicino ad alcune forze politiche. Si dirà che, nei risultati di domenica scorsa, se la stragrande maggioranza dei votanti ha bocciato l’ossatura medesima dell’ordinamento giudiziario, risultati diversi hanno riguardato i primi due referendum, quello sull’abrogazione della “legge Severino” e l’altro sull’attenuazione delle misure cautelari prima del processo.

Si è premurato di farlo notare un articolo apparso ieri su Repubblica, in cui si constata che a Napoli, Torino e Modena sui primi due quesiti ha prevalso il NO. Beh, non è una così cattiva notizia, visto che si tratta solo di tre città, e che, da Trento a Trapani, passando per Venezia, Milano, Genova, Bologna, Firenze, Roma, Ascoli Piceno, Perugia, Bari, Catanzaro, Palermo, Cagliari, è prevalso il Sì. E stiamo parlando comunque sempre del 54-55% di consensi, quindi in ogni caso di un’ampia maggioranza. E dei due quesiti su cui un partito, Fratelli d’Italia, decisamente in ascesa, ha dato una esplicita indicazione di votare No.

Parliamo di una forza politica conservatrice, che non ha mai dato segnali critici nei confronti di certi comportamenti della magistratura. E parliamo anche di tematiche come la custodia in carcere e la sospensione di pubblici amministratori condannati che attengono molto ai problemi della sicurezza e della moralità pubblica. Sono due punti che probabilmente non sono passati inosservati neppure all’interno dell’elettorato della Lega.

E su cui occorrerà ancora un po’ di tempo per spiegare anche a chi non è stato toccato da vicino, come siano questioni che ci riguardano tutti. Un po’ come i rischi di brutte malattie: si comincia a interessarsi sulla ricerca, sulla sua importanza fondamentale per la cura ma anche per la prevenzione, solo dopo che è successo qualcosa in famiglia. Ecco perché questo vento del garantismo che inizia a spirare non va trascurato. È una pianticella, ma siamo fiduciosi che diventerà un albero, molto presto.

Non è vero che i referendum, annegati nell’astensionismo domenicale, non siano serviti a nulla. O, peggio, che siano stati uno spreco di risorse pubbliche in gran parte d’Italia (dove non si votava per le amministrative), vista la modesta percentuale di cittadini andati alle urne. È vero, invece, che dal voto del 12 giugno occorra trarre almeno tre lezioni fondamentali.

La prima è che, in una democrazia in grande sofferenza di partecipazione popolare, lo strumento referendario sembra definitivamente giunto al proprio capolinea politico e costituzionale. Per carità, la democrazia diretta, l’appello al popolo, il sentimento della gente, tutte cose nobili in una società polarizzata, ideologizzata, in cui fazioni antagoniste si contrappongono. Ma, in questo torbido e controverso Terzo millennio, quella società del 1947 semplicemente non esiste più, non è sopravvissuta alla modernità e alla secolarizzazione.

La mediazione, la conciliazione, la composizione degli interessi ha preso il posto delle opzioni nette, delle scelte recise. Un’aura chiaroscurale avvolge tutti i temi fondamentali della società: dall’eutanasia agli orientamenti sessuali, dalle opzioni educative a quelle familiari, dal solidarismo economico al liberismo sorvegliato. In un mondo di valori così complesso e frammentato il Si/No referendario appare arcaico, sorpassato, inadeguato. Gli elettori non sono indifferenti al tema della giustizia, ma si sono ritirati sull’Aventino dell’astensione nella convinzione che, per un verso, le abrogazioni non avrebbero migliorato il funzionamento della macchina e che, per altro, la punizione da infliggere alle toghe fosse eccessiva in un tempo in cui la mafia esce dal torpore di un lungo letargo e bazzica nuovamente per le urne e gli scranni. Erano quesiti chirurgici, non impossibili da comprendere sia chiaro, ma le cui ricadute sono apparse remote, eventuali, incerte. Si fosse affondato il bisturi sulle norme che regolano i tempi dei processi e il ristoro dei danni da ritardo, si fosse discusso del limite di reddito per accedere al patrocinio a spese dello Stato, si fossero toccate le disposizioni disciplinari per i magistrati che sbagliano, eliminando qualche impunità di troppo, allora. Allora, forse, il popolo elettore avrebbe colto la diretta correlazione tra referendum e condizione della giustizia, tra le proprie cause, civili e penali, e l’abrogazione di qualche disposizione di legge che vi nuoce. I promotori hanno lavorato di fino. Troppo. Come Ulisse polymetis (dalle mille astuzie) hanno ragionato alla Calderoli e guardato ai suoi famigerati, temuti emendamenti. Un taglio qui, un taglio là e l’abito nuovo è bello e pronto. Ma un conto è organizzare imboscate parlamentari e defatiganti ostruzionismi, altro convincere e motivare milioni di elettori.

Tranne il referendum sulla custodia cautelare, tutto il resto era roba da chierici, da esperti di giustizia e la mancata “traduzione” e divulgazione politica di questi arzigogoli hanno favorito il partito della spiaggia in un giugno caldo e soleggiato. Ammesso che fossero traducibili e divulgabili, nell’era di Twitter, alcune centinaia di parole dei quesiti. La seconda lezione riguarda i protagonisti del pianeta giustizia attraversato in modo più ravvicinato dalla battaglia referendaria. In molti hanno assistito compiaciuti al disintegrarsi dei meteoriti referendari nell’atmosfera rarefatta di un’astensione mai registrata prima. Toghe e avvocati erano ben consapevoli dell’importanza di alcuni dei temi sul tappeto e, per ragioni contrapposte, attendevano l’esito delle urne con una certa apprensione. Nelle ore seguenti la debacle sembra essersi aperta una sorta di gelido regolamento dei conti con la solita caccia al colpevole. Probabilmente Salvini ci ha messo del suo, ma è innegabile che da tempo versa in una serie negativa di risultati e qualsiasi impegno avesse profuso per i referendum la sorte ne sarebbe stata ugualmente segnata. Anzi, un certo distacco potrebbe persino essere stato positivo, lasciando spazio a frange e settori più credibili, su questo versante, dell’agone referendario.

Escluso che un risultato così catastrofico possa essere addossato a questo o a quello, è vero che l’avvocatura - e più in genere una più ampia vocazione garantista della pubblica opinione - appare giunta al capolinea di una strategia movimentista che ne aveva connotato l’agire politico in questi anni. Sit-in, raccolte di firme, manifestazioni di piazza sembrano destinate a un’ingloriosa archiviazione dopo il tracollo del 12 giugno. Roba da riporre in soffitta tra i cimeli di un ‘68 ormai dimenticato, prima che concluso.

Questo non vuol dire che non si debbano intraprendere o continuare campagne di denuncia e di sensibilizzazione nel paese, ma se dopo l’affaire Palamara e l’ondata mediatica che ancora lo sorregge solo un italiano su cinque è andato a votare, è chiaro che occorre un brusco cambiamento di rotta. Come attuarlo è questione complessa. Innanzitutto pare necessario portare in emersione quella parte (cospicua) della magistratura italiana che ha mostrato - con una considerevole astensione allo sciopero indetto dall’Anm - insofferenza acuta verso lo status quo e chiede riforme radicali. La “liberazione” delle toghe italiane dai lacci e lacciuoli che hanno finito per porle in soggezione verso le correnti in questi anni - tramite i più volte denunciati meccanismi di produzione di norme secondarie da parte del Csm che rendono, talvolta, operativi questi propositi egemonici di matrice correntizia - è un passaggio ineludibile di questo progetto di cambiamento.

È, forse, l’unico terreno in cui sia possibile una leale e sincera collaborazione tra magistrati e altri soggetti della giurisdizione che hanno un interesse vitale al confronto con un giudice reso terzo e indipendente non solo rispetto alle parti (incluso il pm), ma soprattutto verso spinte gerarchizzanti e modelli omologanti di dubbia costituzionalità.