di Antonio Monda
La Repubblica, 4 luglio 2023
Anche negli Stati Uniti, dove vivo da trenta anni, esistono conflitti tra potere politico e ordine giudiziario, che hanno trovato il momento di massima crisi quando, in pieno Watergate, Nixon ha chiesto al ministro della giustizia Richardson di licenziare il procuratore Cox che indagava su di lui. Richardson presentò le proprie dimissioni, seguito dal vice Ruckelshaus.
Soltanto Robert Bork, terzo in ordine di autorità, eseguì l’ordine, e non meno grave fu il conflitto con il giudice Sirica, che ordinò a Nixon di consegnare le registrazioni segrete effettuate alla Casa Bianca: momenti di massima tensione istituzionale, riguardo ai quali è bene ricordare che negli Usa il procuratore viene nominato dagli elettori o dal ministro della giustizia e che sui giudici inquirenti c’è un atteggiamento laico. Renata Adler, incaricata dal New Yorker di scrivere un ritratto di Sirica scoprì numerosi episodi di incompetenza e corruzione di “Maximum John,” chiamato così per l’abitudine di chiedere sempre il massimo della pena: per citare Brecht “sventurata la terra che ha bisogno di eroi”.
Nonostante questi momenti di crisi, le istituzioni hanno continuato a funzionare, garantendo una dialettica che ha avuto altri passaggi critici, ma che è rimasta nell’alveo della normalità. Non mi sembra che si possa dire lo stesso per l’Italia, dove lo scontro continuo tra potere politico e ordine giudiziario rappresenta un male gravissimo, e dove, a mio parere, è il secondo appare molto più potente. Ritengo che sia ineludibile un’importante riforma, e leggo che il tentativo del ministro Nordio ha scatenato una durissima reazione da parte della magistratura e della stampa.
A mio avviso il ministro ha ricordato un principio cardine: la magistratura deve applicare le leggi promulgate dal potere legislativo senza diritto di influenzarlo, e il tentativo di omologare la riforma a progetti di governi del passato non inficia la sostanza delle cose. La tutela delle dignità delle persone deve essere a cuore a chiunque, nessuno escluso, e tale battaglia non diventa più o meno nobile se sposata da una parte o dall’altra. Non conosco ancora tutti i dettagli della riforma, ma personalmente ne condivido le linee ispiratrici, iniziando dalle intercettazioni.
Nessuno ne mette in discussione l’utilità, e per tornare negli Usa, la telefonata con cui Trump ha chiesto al segretario di stato della Georgia Raffensperger di “trovargli 11.780 voti” per ribaltare il risultato di quello stato contiene una gravissima notizia criminis, ma quante volte abbiamo letto conversazioni che non avevano nulla a che fare con le indagini in corso, e hanno umiliato e a volte distrutto la dignità delle persone? Non vi sembra aberrante la possibilità di intercettare le conversazioni tra l’imputato e il proprio avvocato? Ritengo poi che non si possa procrastinare la regolamentazione delle intercettazioni “a strascico”, e che il diritto della stampa di informare, fondamentale in una democrazia compiuta, non possa prescindere l’onorabilità della persona indagata: anche il più utile e informativo degli articoli non vale il rischio di ledere la dignità di un essere umano, e chiunque scrive su un giornale sa quanto sia diversa l’enfasi con cui si viene buttati in pasto ai lettori rispetto alla “riabilitazione” con articoli di impatto estremamente inferiore.
Dopo la riforma Orlando, già restrittiva, sono uscite ad esempio intercettazioni penalmente irrilevanti del governatore Zaia che parlava del professor Crisanti: sinceramente, parlare di bavaglio mi sembra il tentativo di eludere il problema con uno slogan. Sono influenzato dall’esperienza americana, ma un appello dopo un’assoluzione mi sembra una persecuzione, e per quanto riguarda la separazione delle carriere credo sia il momento di adeguarsi a quanto avviene in gran parte dei paesi democratici del mondo.
Gli esperti ci dicono che interrogare l’indagato prima che la misura di arresto venga emessa rischia di mandare in tilt molti tribunali, ma sono rimasto inorridito dal leggere che un dirigente di nome Silvio Scaglia, non interrogato, è stato tenuto agli arresti per quasi un anno e quindi assolto. La terzietà non è una forma di civiltà? Ci sarà certamente chi si avvantaggerà di tali riforme, ma tra una persona che commette un crimine che ha qualche agio in più per farla franca e un innocente che ha più garanzie scelgo il secondo: garantismo non deve significare in alcun modo impunità, ma la dignità di un cittadino è un valore superiore a ogni rischio. Ritengo che la nostra democrazia, in crisi da più di trenta anni, potrà ritrovare la propria strada solo quando verrà riequilibrato il bilanciamento tra potere legislativo e giudiziario, ed è una battaglia di civiltà sulla quale si mostra la capacità di superare le proprie ideologie determinando la propria statura.










