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di Karima Moual

La Stampa, 5 maggio 2022

Continua la guerra in Ucraina ma se qualcuno non se ne fosse accorto, bisogna ribadire che con sé acuisce un’altra crisi ancor più pericolosa e globale: quella alimentare. Si muore sotto i bombardamenti, ma si continua a morire anche di fame.

Secondo l’ultimo rapporto annuale lanciato dal Global network against food crises - un’alleanza internazionale di Nazioni unite, Unione europea, agenzie governative e non governative che lavorano sulle crisi alimentari - quanto sta avvenendo in Ucraina, produce impatti ancora più devastanti su Paesi già in crisi alimentare, oltre quelli già sull’orlo della carestia. Detto con i numeri: nel 2021 circa 193 milioni di persone in 53 paesi o territori hanno sperimentato un’insicurezza alimentare acuta a livelli di crisi o peggio.

Ciò rappresenta un aumento di quasi 40 milioni di persone rispetto al numero già record di 2020. Di queste, oltre mezzo milione di persone (570 mila) in Etiopia, Madagascar meridionale, Sud Sudan e Yemen sono state classificate nella fase più grave di catastrofe acuta da insicurezza alimentare e hanno richiesto un’azione urgente per scongiurare la diffusione crollo dei mezzi di sussistenza, fame e morte. Ma il dato ancor più preoccupante è che, se si considerano gli stessi 39 paesi o territori presenti in tutte le edizioni del rapporto, il numero di persone in crisi o peggio è quasi raddoppiato tra il 2016 e il 2021, con aumenti ininterrotti ogni anno dal 2018.

Questi dati, come spiega il rapporto, sono evidentemente il risultato di molteplici fattori, che hanno a che fare con le crisi ambientali, climatiche, economiche, sanitarie a cui vanno aggiunti i conflitti; e l’ultimo nell’Ucraina diventa altra benzina sul fuoco. Perché il conflitto, rimane il principale motore dell’insicurezza alimentare. E nonostante il rapporto sia anteriore all’invasione russa dell’Ucraina, rileva che la guerra in atto ha già messo in luce la natura interconnessa e la fragilità dei sistemi alimentari globali, con gravi conseguenze per la sicurezza alimentare e nutrizionale globale.

Un campanello d’allarme di una pericolosa stagione alle porte che ci attende se non si prendono iniziative celeri. Ancor più che diversi paesi sono appena a sud del Mediterraneo. Nel rapporto sono sotto la lente d’ingrandimento quei paesi e territori in cui l’entità e la gravità della crisi alimentare superano le risorse e le capacità locali, proprio perché le loro sorti sono legate a quanto sta avvenendo nell’Europa orientale.

Una situazione che ha prodotto una vera e propria vulnerabilità di intere popolazioni proprio per l’elevata dipendenza delle importazioni di prodotti alimentari e agricoli. A questi si aggiungono gli altri paesi del nord Africa che nei prossimi mesi, anche se più strutturati rispetto ad altri ed hanno specificità, saranno comunque messi a dura prova. La Tunisia, è uno di questi. Che fare?

In questi casi, si chiede un’azione umanitaria che possa coprire su vasta scala tutti i paesi coinvolti, ma deve essere chiaro che non sarà abbastanza se non si darà precedenza e con una certa urgenza a tutti gli strumenti a disposizione per arrivare alla pace. Perché finché continuerà il conflitto in Ucraina, le sorti di chi è lontano ma non per questo non legato ai risvolti della guerra, saranno ancora più in bilico.

L’Europa ha già messo in campo iniziative economiche per far fronte alla crisi che ci attende perché ha i mezzi per farlo. I paesi africani e non solo, che vivono in condizioni già disastrose, quei mezzi per far fronte ad un inverno bellico non li hanno. Il rischio dunque, è che se continuiamo a guardare il conflitto con uno sguardo eurocentrico con annesse soluzioni; come una piccola miccia lontana da noi, non è detto che poi proprio quella piccola miccia possa espandersi così velocemente e violentemente da concludersi in un’esplosione ancora più violenta, alla quale dovremmo poi rispondere senza strumenti e quando ormai sarà troppo tardi.