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di Francesca Paci

La Stampa, 18 marzo 2024

C’era un convitato di pietra al tavolo dell’accordo che la premier italiana Giorgia Meloni ha firmato ieri con il presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi e lo sapevano tutti, a quel tavolo c’era Giulio Regeni. Ancora Regeni a distanza di otto anni, diranno adesso i cinici che si nascondono dietro le altisonanti ragioni della realpolitik? Sempre. Fin quando il Cairo non avrà risposto delle torture e della morte inflitte al giovane ricercatore friulano, restituendo alla famiglia prima e poi al nostro Paese quantomeno la verità e la giustizia. Meloni e al Sisi hanno parlato di energia, di cooperazione e soprattutto di controllo dei migranti, quello sì un tema che non retrocede mai nella scala delle priorità politiche e per cui Bruxelles si accinge a versare all’ennesimo “dittatore necessario” oltre 7 miliardi di euro. Tutto secondo programma. E Regeni? Silenzi imbarazzati, rimandi al lavoro della Procura di Roma che senza alcun sostegno istituzionale prosegue in solitaria la ricerca dei responsabili, depistaggi mediatici. Di Regeni non s’è parlato.

Non è la prima volta che i rapporti tra Italia ed Egitto mostrano una solidità ben più importante delle proteste e delle reciproche rimostranze. Il gas, l’industria bellica, l’economia ma anche il turismo, che dopo il 2016 aveva abbandonato le coste egiziane e che invece è tornato negli anni sempre più massiccio (+48%), forse addirittura in virtù della convinzione che dopo quell’”errore” fatale gli italiani sarebbero stati paradossalmente ancora più al sicuro all’ombra delle piramidi. Sin dall’inizio, non potendo negare l’omicidio di Regeni massacrato sul proprio territorio, gli apparati egiziani hanno lasciato intendere di considerare un “errore” quella morte, non diversa dalla morte che sempre più frequentemente, a partire dal 2015, è toccata in sorte a migliaia di loro giovani connazionali sospettati di tramare contro il regime. I torturatori non avevano calcolato che Giulio Regeni era uno straniero e che la cosa non si sarebbe chiusa così.

Di quell’”errore” però, abominevole eufemismo, tutti i governi italiani hanno finora chiesto conto ad ogni incontro ufficiale con le autorità del Cairo, mettendo sul tavolo sia pur solo pro-forma il caso Regeni all’inizio di qualsiasi colloquio e ricevendo in cambio la solita promessa di fare luce. L’ha replicato anche Meloni all’inizio di novembre 2022 arrivando a Sharm el Sheik per la Cop27. Allora si notò come la tensione tra i due governi si fosse allentata e la scorta mediatica che accompagna da otto anni la famiglia Regeni denunciò la normalizzazione in arrivo, ma poche settimane dopo la Farnesina ribadì che su Regeni l’Italia non avrebbe mollato.

E quindi? Ha mollato oggi l’Italia sovranista la verità sulla morte di un suo cittadino? Ha mollato sull’altare del controllo dei flussi migratori, la più bieca delle realpolitik? Ci spiegheranno che trattandosi di un incontro con altri leader europei non c’era modo di parlare di Regeni, come se fosse un caso tutto italiano e non invece un caso che tira in ballo l’Europa e il suo rapporto con le dittature? C’è un convitato di pietra all’incontro del Cairo, pesantissimo. Chi non fa finta niente è la Procura di Roma che domani riprenderà il processo contro i quattro ufficiali egiziani che considera i responsabili dell’assassinio. Fino alla verità e alla giustizia.